Economia Politica. Rivista di teoria e analisi

Col favore della retrospettiva:
L'economia mondiale nel XX secolo

di Pierluigi Ciocca*


Sono anni di fine secolo. Fioriranno, stanno già apparendo, bilanci e previsioni, oltre a storie e cronache del secolo. Un antidoto può essere offerto da una lista di fatti rilevanti, filtrati dall'analisi. Il punto di vista è quello dell'economia, dell'economia di mercato(1). Nel secolo che si chiude, forse ancor più che nel precedente, essa ha rappresentato l'elemento di dinamismo e di più forte attrazione/negazione nel mondo. Non una storia narrata, quindi, impossibile in così poche righe(2), né tantomeno un improbabile bilancio, ma dieci questioni in dieci schede di sintesi:

1. E' stato il secolo in cui la modern economic growth (Kuznets) risulta massima, stupefacente: ciò sia tra inizio e fine secolo nel confronto con l'800 delle "rivoluzioni industriali" sia, a fortiori, nell'età dell'oro 1950-70. Mai nel mondo era stata tanto rapida, come nel '900, la crescita media annua della popolazione (1,4 per cento, contro 0,5 nell'800), della produttività (1,5 per cento, contro 0,8, nel prodotto interno lordo pro capite) e quindi del volume della produzione (2,9 per cento, contro 1,3). Gli scambi mondiali di merci, che erano saliti già dall'1 al 7 per cento del prodotto nell'800, sono ascesi al 14 per cento in questo secolo. Stime, seppure audaci statisticamente, danno ritmi medi annui di incremento del reddito pro capite nelle diverse aree del globo molto bassi, compresi fra lo 0,2 e lo zero per cento l'anno, dal 1500 al 1800 (Maddison). Nella stessa Inghilterra avviata alla prima rivoluzione industriale (Crafts) l'aumento della produzione pro capite non superò, nell'intero '700 lo 0,3 per cento l'anno (0,8 il prodotto, 0,5 la popolazione). Il problema posto da Ricardo per le economie con accumulazione di capitale già alta viene ora riguardato, più che come limiti alla crescita o come tendenza al ristagno, come alternativa fra libertà e necessità, come costo dello sviluppo, scelta di non crescere oltre, qualità della vita, "prospettive per i nostri nipoti", ma anche per i loro nonni: l'aspettativa di vita si è innalzata nell'insieme dei paesi industriali da meno di 40 anni nel 1820 a circa 50 nel 1900, a 77 nell'ultimo decennio; anche nel complesso dei paesi arretrati, pur con un'alta varianza, essa supera oggi i 60 anni; è di 67 nel mondo intero.

2. E' stato il secolo della più rapida, radicale trasformazione delle fonti e degli usi del prodotto: da agricoltura a industria e terziario; da autoconsumo a consumo di massa; da consumi privati a investimenti e spesa pubblica, a scienza che diviene sistematica tecnologia applicata. Negli stessi paesi più sviluppati la quota dell'occupazione in agricoltura era del 40 per cento e oltre nel 1820, del 20-60 per cento nel 1900; attualmente non supera il 5 per cento, in media, in questi paesi ed è inferiore al 50 per cento nel mondo; nel complesso delle economie avanzate la maggior parte delle forze di lavoro (65 per cento) è addetta al terziario, privato e pubblico. La quota dei consumi privati eccedeva ancora l'80 per cento del prodotto in Francia e nello stesso Regno Unito nel 1820; era scesa al disotto di questi livelli, nella media dei paesi industriali, sullo scorcio del XIX secolo; oggi è attorno al 60 per cento in queste economie, al 70 altrove; corrispondentemente è aumentato il peso relativo dei consumi pubblici e degli investimenti (rispettivamente, al 16 e al 20 per cento del prodotto nei paesi più avanzati). Nel 1820 la maggioranza delle persone era analfabeta; ai giorni nostri nelle stesse nazioni a basso reddito la maggioranza di chi ha più di 15 anni è in grado di leggere, scrivere e comprendere una breve proposizione sulla vita quotidiana. Nei paesi ad alto reddito gli anni di istruzione medi delle persone con età compresa fra i 15 e i 64 anni sono saliti da non più di due nel 1820 a 5-8 nel 1900, a 12-18 oggigiorno. Unitamente alla qualità del lavoro ("capitale umano") e alla sua organizzazione (dal Taylorismo alla produzione "snella", dal Fordismo al Toyotismo), il fattore decisivo della crescita e della trasformazione è stato il progresso tecnico. Esso ha interagito con il mutare dei consumi nel creare e distruggere posti di lavoro, con opportunità e rischi continui per l'occupazione (Pasinetti). Dopo il Regno Unito nell'800, gli Stati Uniti sono stati il "leader", ancor più dinamico, dell'avanzamento tecnologico nel '900, trovando nel Giappone l'imitatore di maggior successo. Nell'800 l'innovazione tecnologica era per lo più dovuta a inventori individuali e a imprese piccole. Nel '900 essa si è estesa alle grandi imprese che investono in R e D e ai governi, scaturisce da un impegno programmato. Può bastare non più di un giorno per raggiungere qualunque punto del mondo da qualunque altro, un solo secondo per comunicare tra luoghi lontani. Le telecomunicazioni legate all'EAD rappresentano l'ultima ondata innovativa, con le prospettive più interessanti. Questi complessi sviluppi possono condensarsi in pochi dati e in una conclusione. Il numero delle ore lavorate pro capite è tendenzialmente diminuito. Nel corso del '900, nel complesso dei paesi industriali, la diminuzione è stata del 40 per cento (da 2700 a 1600 ore annue per lavoratore), più rapida ancora che nel corso dell'800 (allorché negli Stati Uniti, ad esempio, il calo fu del 15-20 per cento, rispetto al 20-30 per cento in questo secolo). L'accumulazione di capitale fisico è stata veicolo di progresso tecnico; tuttavia la crescita della quantità di capitale per addetto è stata eguale o solo di poco superiore a quella del prodotto per addetto e l'input unitario di capitale ha contribuito al prodotto unitario per non più di un quarto. "The inescapable conclusion is that the direct contribution of man-hours and capital accumulation would hardly account for more than a tenth of the rate of growth in per capita product - and probably less. The large remainder - il "residuo" - must be assigned to an increase in efficiency in the productive resources - a rise in output per unit of input, due either to the improved quality of the resources, or to the effects of changing arrangements, or to the impact of technological change, or to all three" (Kuznets).

3. E' stato il secolo della crescita più sostenuta e della trasformazione più profonda, ma anche di una instabilità alta. Si è confermata la natura sistemica delle fluttuazioni cicliche nella produzione e nell'occupazione e delle crisi, reali e finanziarie, già sperimentate nell'800. Nell'800 recessione poteva voler dire inedia: negli stessi paesi a più alto reddito i salari non superavano i livelli di sussistenza, i lavoratori non disponevano di riserve, gli ammortizzatori sociali erano inadeguati. Nel '900 il risparmio dei lavoratori, le forme di mutualità, le politiche sociali hanno attenuato la ripercussione delle fluttuazioni e delle crisi pur non eliminandole. Segnatamente, il secolo ha vissuto due crisi economiche fra le più gravi, quella degli anni Trenta e quella degli anni Settanta. Nell'intero "occidente", il prodotto risultò del 17 per cento più basso nel 1932 rispetto al 1929; negli anni Trenta, la disoccupazione dilagò, il commercio mondiale diminuì di un quarto, il protezionismo soppiantò la libertà di commercio, il mercato finanziario internazionale subì un collasso, il gold standard venne abbandonato. La crisi degli anni Settanta è meno evidente nel calo del prodotto e dell'occupazione, ma fu particolarmente insidiosa: scosse la fiducia, da poco ritrovata, nella stabilità e nella governabilità delle economie; pose fine alla fase di eccezionale sviluppo del 1950-70 (4,9 per cento l'anno il prodotto mondiale, 7 per cento le esportazioni); unì al ristagno produttivo e all'aumento della disoccupazione e inflazione elevata l'abbandono forzato del sistema monetario internazionale di dollar standard che era stato definito a Bretton Woods nel 1944. I prezzi, pur tra fasi alterne, sono saliti nel '900 come non era mai avvenuto nei secoli precedenti. Non era mai accaduto che per più di un decennio l'inflazione si unisse al ristagno delle attività produttive, come si è invece dovuto registrare fra il 1973 e il 1983. Oltre ad essere il "secolo dell'inflazione" e del primo lungo episodio di estesa "stagflation", il '900 ha vissuto altresì due guerre mondiali con importanti concause e gravi conseguenze d'ordine economico. Nell'Europa occidentale - primario luogo delle grandi guerre - il prodotto è stato dell'11 per cento più basso nel 1919 rispetto al 1913, del 17 per cento nel 1946 rispetto al 1939. Contrariamente a quanto Francesco Ferrara sognava - "E' l'economia che distrusse il pregiudizio che durò sino a Voltaire che la felicità dell'uno dipende dalla sciagura dell'altro ..." - il mercato e l'economia politica non hanno potuto evitare terribili conflitti militari, assicurare la pace trasformando le relazioni economiche internazionali da giuoco a somma nulla in giuoco a somma positiva.

4. E' stato il secolo della sfida sovvertitrice, teorizzata (Marx), dichiarata, attuata - minaccia preoccupante, ma anche stimolo potente - da parte di un modo di produzione diverso dall'economia di mercato e a questa avverso. La sfida è stata esterna e interna, pacifica e armata. E' fallita nella forma del comunismo sovietico. Il socialismo reale europeo è franato nel passaggio dalla fase dell'industria pesante alla fase dell'allocazione delle risorse per il consumo, dalla produzione estensiva a quella qualitativa a più alta efficienza: è stato incapace di compiere questo cruciale passaggio dotandosi di istituzioni più idonee, attraverso il piano o attraverso l'innesto di elementi di mercato nel piano. Muovendo da livelli molto bassi (circa 1/5 del prodotto pro capite americano), la produzione nell'URSS si era accresciuta più rapidamente di quella negli USA dal 1928 al 1939 (86 contro 9 per cento), e ancora dal 1950 al 1973 (200 contro 140 per cento): la sfida sembrava lanciata con successo, spaventava gli sfidati, suscitava l'interesse degli economisti. Ma nel 1973-90 lo sviluppo dell'URSS scendeva al di sotto di quello americano (30 contro 55 per cento). In termini di produttività (Pil per ora lavorata) - la variabile determinante - l'URSS aveva accorciato le distanze (dal 24 al 28 per cento del livello USA) nel 1950-73; il divario tuttavia si riapriva in modo drammatico nel ventennio successivo (19 per cento nel 1992), concorrendo alla disintegrazione istituzionale e al crollo economico dell'URSS e del blocco dell'Europa dell'Est. Ma la Cina? La Cina ha raddoppiato il Pil pro capite - per una popolazione salita da 546 a 1.200 milioni! - dal 1950 alla fine degli anni Settanta e di nuovo dal 1984 a oggi (con un tasso annuo di crescita della produzione dell'8 per cento), dopo le riforme liberalizzatrici di Deng. Nel 1820 la Cina era la maggiore economia del globo - col 29 per cento del prodotto mondiale (5 per cento il Regno Unito). Era poi precipitata, sino a un minimo del 6 per cento negli anni 1950-60. Oggi è risalita al secondo posto (13 per cento) subito dopo gli USA (20 per cento), il cui peso relativo scema. Permane aperta la duplice questione, se la Cina evolverà verso una economia di mercato propriamente detta - come avviene in altre regioni dell'Asia - o resterà in qualche senso socialista, e se sarà ostile o amichevole in politica estera. Al tempo stesso il ritorno, o il cammino, verso l'economia di mercato si sta dimostrando più arduo del previsto nelle economie ex- pianificate dell'Europa dell'est. Con la pratica sinora sperimentata è caduta anche la teoria economica del socialismo? Barone-Lange direbbero ancora di no. A un "mercato socialista" non è preclusa l'efficiente allocazione delle risorse: teoricamente, nei modelli matematici degli economisti.

5. E' stato il secolo che ha visto mutare tre volte gli equilibri del potere mondiale: dalla "pax britannica" ottocentesca e d'inizio '900 al dominio pieno, ancorché contrastato, degli USA, al ruolo - economico se non ancora politico - ri-assunto dalla Germania e dal Giappone, gli sconfitti del 1945, in questo scorcio di secolo. Questione cinese a parte, la situazione attuale è aperta, anche alla luce del buon andamento dell'economia americana negli ultimi anni. Sono sorte, e si sono avvicendate e moltiplicate, le istituzioni sovranazionali. Hanno uno spazio, potenzialmente crescente di fronte alla instabilità degli equilibri tra i principali paesi. Restano tuttavia costrette fra la cura dell'interesse generale e il condizionamento esercitato dalle nazioni più influenti. Certo, l'economia mondiale non è più eurocentrica. Le esportazioni dell'Europa occidentale rappresentavano più della metà di quelle mondiali nel 1870, e ancora nel 1913; oggi superano di poco il 40 per cento. E' in atto, con l'intento di rimuovere i motivi di divisione e di conflitto, l'ambizioso piano di unire l'Europa: come mercato, come area monetaria, come entità politica federata capace di influire sugli affari mondiali, di corrispondere a un ideale antico. Nel piano l'Unione economica e monetaria è stata posta in un rapporto di mezzo a fine rispetto all'unione politica, piuttosto che quale corollario di quest'ultima. Questo metodo era forse l'unico concretamente disponibile : ha tuttavia comportato difficoltà nel processo di unificazione ; può comportare implicazioni, anche negative, a unificazione avvenuta.

6. E' stato il secolo di Keynes, quindi della politica economica. Le ha dato fondamento la consapevolezza d'analisi che l'economia si faceva ancor più "monetaria" - nel senso di Keynes, appunto - con accresciuto peso delle aspettative e della speculazione in mercati mai perfetti, quindi con carenze macro e micro. Pieno impiego, stabilità monetaria, equilibrio esterno, concorrenza, trasparenza e funzionalità dei mercati - in una parola, crescita nell'efficienza - sono diventati obiettivi dello Stato, o di sue agenzie autonome (banca centrale, antitrust). Lo Stato ha trovato nella funzione di politica economica una nuova legittimazione mentre perdeva rilievo, specie nelle nazioni minori o satellite, la primigenia ragion d'essere, politica e di politica estera. E' emersa una oggettiva convergenza in senso riformista col ruolo svolto dal sindacato, dal movimento operaio: più salari, più previdenza sociale, strappati dal basso, ma anche concessi - si pensava - così da gestire il consenso e preservare gli equilibri di lunga lena del sistema economico. In questo senso, pur nello scontro fra teorie interventiste e liberiste dell'economia, si è consumata la "fine del laisser faire". Nello scorcio del secolo, tuttavia, si sono diffusi dubbi sull'efficacia delle politiche economiche e dell'azione dei governi e dei sindacati nazionali. Li ha alimentati l'affermarsi di un mercato unico mondiale della finanza, mentre le istituzioni sovranazionali e la coordinazione internazionale delle politiche economiche non crescevano di pari passo. Le une e l'altra sono invece probabilmente regredite di fronte alle tensioni fra Stati Uniti, Germania e Giappone, segnatamente dopo che la fine della guerra fredda e il crollo dell'URSS hanno allentato la coesione occidentale. La carenza di governo dell'economia mondiale è percepita, negativamente, dai mercati finanziari : i tassi reali d'interesse a lungo termine sono oggi su valori (4-5 per cento) doppi rispetto a quelli di inizio secolo e più che doppi sia rispetto al minimo storico degli anni 1950-80 sia rispetto al potenziale di crescita delle economie industriali (Ciocca-Nardozzi).

7. Nonostante le politiche economiche rivolte allo sviluppo, fra le grandi aree economiche del globo vi è stata sostanziale invarianza nelle posizioni relative, con America latina, Asia e Africa agli ultimi posti. Soprattutto in Asia, ma anche in America Latina, spiccano recenti storie di successo di singoli paesi, che possono preludere a un più esteso progresso. Non vi partecipa l'Africa: il prodotto pro capite del continente africano non raggiunge quello dell'Europa occidentale di due secoli fa, e gli esseri umani che vivono nei paesi più poveri dell'Africa hanno un reddito compreso fra 1/100 e 1/50 di quello di chi vive negli Stati Uniti. Se si definisce ricco il paese che, avendo una popolazione superiore a 5 milioni e una economia che non sia fondata sulla monocoltura, presenta un prodotto pro capite inferiore di non più di 1/3 rispetto a quello dell'economia più avanzata - il Regno Unito nel secolo scorso, gli Stati Uniti in questo secolo - il club dei più ricchi comprendeva solo 8 paesi alla fine dell'800 (oltre al Regno Unito, Australia, Olanda, Svizzera, USA, Belgio, Germania e, a malapena, la Francia). Alla fine del '900 il gruppo è salito a non più di 15 paesi: si sono aggiunti Italia, Finlandia, Canada, Svezia, Austria, Danimarca, Giappone. Fra queste economie vi è stata convergenza (Baumol), favorita all'inizio del secolo e nella sua seconda metà dalla mobilità di merci, lavoro, capitali (Williamson). L'Italia si è unita al gruppo ristretto delle nazioni ad alto reddito: nell'800 il prodotto pro capite dell'Italia - pur aumentando del 70 per cento - era sceso dall'85 al 57 per cento di quello europeo, mentre oggi è sulla media europea, superiore a quello del Regno Unito, l'antico leader decaduto. Al di là delle opposizioni politiche e ideologiche all'economia di mercato, le società olistiche (Dumont) resistono ancora all'individualismo, che si fa sempre più spinto. Lo ha affermato con forza l'antropologia (Dalton), anche in polemica con un'analisi economica che diveniva meno articolata. L'economia politica classica era incentrata sull'analisi dei rapporti economici fra gruppi e individui, del loro interagire nella società. L'economica oggi prevalente tende invece sempre più alla prasseologia, ai teoremi su ogni tipo di comportamento dell'individuo in quanto tale. Essa da un lato si restringe nella problematicità autocritica, dall'altro estende il calcolo marginalista dell'"homo oeconomicus" alle stesse manifestazioni non economiche della vita individuale. Soprattutto, non ha espresso una teoria della crescita - della ricchezza delle nazioni - traducibile in politiche efficaci. L'insoddisfazione per le interpretazioni strettamente economiche dello sviluppo si è estesa alle analisi storiche delle esperienze dei paesi più avanzati: esse danno rilievo crescente a fattori culturali, metaeconomici (neo-weberismo, neo-istituzionalismo: la "cultura" come secondo "residuo"?).

8. Anche dopo la fine dell'imperialismo coloniale e il proliferare degli stati nazionali (oggi poco meno di 200), la relazione Nord-Sud resta dubbia, divisa fra tre concezioni radicalmente diverse: a) il Nord sfrutta, sottosviluppa, il Sud, b) il Nord è occasione di progresso, che non sempre il Sud riesce a cogliere, c) il Sud minaccia l'economia del Nord. La prevalenza dell'una o dell'altra fra queste concezioni è variata nel tempo e nello spazio. L'ottimismo istituzionale di enti come la Banca Mondiale, doveroso e apprezzabile, solo venti-trenta anni fa era imperniato sui trasferimenti di capitale e sull'accumulazione di risparmio nei paesi arretrati. Oggi è articolato su quattro capisaldi: equilibrio macroeconomico, apertura agli scambi, concorrenza, investimento in capitale umano. I fatti lo hanno corroborato solo in parte.

9. L'economia di mercato, se erode le barriere alla mobilità sociale, stenta a ridurre le diseguaglianze interne, oltre che quelle internazionali: fra regioni (non solo l'Italia ha il suo "Sud"), gruppi, persone. L'ipotesi di una relazione a "U rovesciata" fra disuguaglianza e sviluppo (Kuznets) e l'altra ipotesi secondo cui il '900 avrebbe sperimentato la fase della diseguaglianza flettente sono tuttora in discussione. Ad esempio i dati, più solidi, relativi agli ultimi decenni mostrano dagli anni Settanta aumenti degli indici di diseguaglianza dei redditi familiari negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Svezia, nessuna chiara tendenza in Germania, in Francia e in Italia. Negli Stati Uniti, dove la sperequazione è fra le più alte, il "costo" della diseguaglianza (Sen) è pari a circa 1/3 del reddito nazionale. La questione distributiva e quella del pauperismo restano ovunque attuali. Vengono sdrammatizzate dai più alti livelli medi di reddito e di risparmio (nei paesi industriali ampia parte della ricchezza finanziaria appartiene oggi a famiglie di lavoratori dipendenti, in attività o in pensione); dagli ammortizzatori sociali (welfare state, tuttora diffuso e persistente nonostante gli alti costi e le dure critiche); dal fatto che "un gruppo sociale che comprende una giusta metà del genere umano - le donne - diventa conscio del proprio interesse" (Pantaleoni) e riesce a meglio tutelarlo.

10. E il futuro? Nessuna previsione, solo un cenno a potenzialità e limiti del sistema economico con il quale affrontiamo il nuovo secolo. Bisogna distinguere tra la "macchina" e i problemi. Inseguendo la "lepre del profitto" (Einaudi), la macchina non smetterà di sviluppare e trasformare l'economia e la società. Lungi dal farsi abbattere dall'interno - i lavoratori sono sempre più rentiers - o dal ristagnare o crollare, il capitalismo si adatta (Stein), così da sopravvivere e crescere ancora. I mutamenti, le diversità, sono soprattutto organizzativi e istituzionali (Berle e Means, Coase, "governo societario"). Adattamento può anche voler dire, all'estremo, graduale mutamento di natura (Schumpeter). Il mercato non garantisce né la democrazia né la "fine dell'economia". E' compatibile con la democrazia, l'unico sistema economico sperimentato confermatosi con essa compatibile. Tuttavia, il campo di variazione dei suoi sistemi politici si è esteso, nel secolo, dalla socialdemocratica Svezia al Nazismo e al Fascismo. Al tempo stesso, con lo sviluppo di cui è capace, l'economia di mercato crea i presupposti del passaggio dalla necessità alla libertà, dal "doing good" al "being good" (Moore, Keynes). Tuttavia, contrariamente a quanto Keynes pensava, l'economia di mercato è poi essa stessa incompatibile con questo passaggio. Il mercato unico mondiale della finanza vincola le scelte nazionali, dei governi e dei parlamenti eletti nei singoli paesi: li sollecita all'omologazione, ad attuare politiche che non siano punite con cedimenti del tasso di cambio o con più alti tassi d'interesse, gli uni e gli altri causa di impoverimento certo. L'economia di mercato può invece risolvere tre fra i problemi oggi più sentiti: a) quello della sovrappopolazione-migrazioni; b) quello del degrado ambientale; c) quello del lavoro (attraverso una crescita più sostenuta e non inflazionistica unita a istituzioni, di mercato e non, che favoriscano la piena occupazione). Di fronte alla crisi fiscale dello Stato - spesa sociale e improduttiva, disavanzo di bilancio, debito pubblico - lo scontro è fra i nipotini di Hayek e l'eutanasia della politica, da un lato, i nipotini di Keynes e la monetizzazione del dissenso, dall'altro: Keynes continua a suggerire, diversamente da molti cosiddetti keynesiani, spese pubbliche solo produttive ed equilibrio di bilancio al di là del ciclo. La conciliazione di economia ed etica, l'economia criminale, la mercificazione delle stesse dimensioni non economiche del vivere, soprattutto la insoddisfazione di chi dissente o di chi si considera prevaricato restano, problemi antichi di più difficile soluzione. Quanto a capacità di sviluppo, l'economia di mercato si è confermata, nel secolo che si chiude, superiore agli altri modi di produzione sperimentati sinora. E tuttavia essa ha manifestato carenze e difetti, che continueranno ad alimentare il dibattito fra utopisti, riformatori, conservatori, l'impegno dialettico, e quindi comune, nel "cercare ancora".

Note

1 Nella stessa esquisse storico-problematica più colta e interessante fra quelle finora pubblicate (si veda J.E. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano, 1995), le vicende dell'economia sono costrette entro uno schema a tre fasi - l'Età della Catastrofe (1914-1950), l'Età dell'Oro (1950-70), la Frana (1970-90) - che stride alquanto con gli sviluppi economici del secolo. I primi tredici anni del Novecento, di rapida crescita della produzione mondiale (2,5 per cento l'anno), appartengono a pieno titolo a questo secolo: non possono riguardarsi come frange di un "lungo" secolo precedente, dopo la svolta (Phelps Brown) che negli anni Novanta dell''800 pose fine alla cosiddetta Grande Depressione. Guerre e crisi del 1929 non impedirono alla produzione mondiale di aumentare notevolmente (quasi del 2 per cento l'anno) persino tra il 1913 e il 1950. La crisi, prevalentemente monetaria e finanziaria, degli anni Settanta e il fallimento del primo esperimento socialista non giustificano il giudizio di "frana", per un'economia mondiale che nell'ultimo quarto del ventesimo secolo, pur non vivendo più in una età dell'oro forse irripetibile, si è sviluppata del 3 per cento l'anno, si è profondamente trasformata, ha visto il riemergere di nazioni in ritardo come la Cina e l'India.

2 Una versione più ampia di questo scritto apparirà in Quaderni Storici.

Summary: With the Favour of Retrospective: World Economy in the XXth Century

Approaching the end of the XXth Century, in matter of looking back and evaluating events there is a strong point of view, that of Market Economy. This perspective is the guide to ten issues discussed here: the astonishing economic growth; the deep changes in the sources and uses of products; the high instability that has made apparent the systemic nature of fluctuations; the subverted challenge of the socialist way of production; the changing in world balances of power; the increasing role of political economy after Keynes; the substantial unchanged in relative positions between the great economic areas of the Globe; the problematic relationship between North and South; the slow reduction of internal disparity among Regions, Groups, Individuals. And what about the future? Leaving aside forecasts we concentrate on the potentiality and limits facing the New Century.

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*PIERLUIGI CIOCCA č Vice Direttore Generale della Banca d'Italia, Via Nazionale 91, 00184 Roma

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