Economia Politica. Rivista di teoria e analisi



Un problema serio. Una nota sui fondamenti microeconomici della macroeconomia (J.E.L. A1, B4)

di Giorgio Lunghini^ e Giorgio Rampa*




Lo scritto di Corrado Benassi (Il problema inevitabile. Una nota sui fondamenti microeconomici della macroeconomia, in questo numero di Economia Politica) è un'occasione per definire meglio la nostra prospettiva (Lunghini - Rampa, 1996), che non ci pare contraddica, ma semmai comprenda, quella di Benassi. Il punto di vista di Benassi sembrerebbe invece escludere noi, e altri più illustri, dalla pratica attività di ricerca degli economisti. È per lo meno dubbio che solo le norme della scienza normale garantiscano costruzioni robuste e belle (come dimostra il lavoro dei geometri, nel campo dell'architettura).

1) Il problema dei fondamenti microeconomici della macroeconomia, prima ancora di essere un problema "metodologico", nasce come problema di storia delle idee, di idee rivali, circa il funzionamento del sistema economico in cui viviamo. Tale problema è stato sollevato e canonizzato da chi (con la Nuova Macroeconomia Classica) riteneva che la teoria precedentemente accettata (cosiddetta "keynesiana") fosse inadeguata: l'accusa era che quest'ultima mancasse di fondamenti micro. Ciò ha generato esiti sfortunati: il dibattito ha preso una direzione tale che chi in quel momento si doveva difendere (i "keynesiani", neo o post), identificava gli attaccanti ("classici", neo o nuovi) semplicemente come portatori del programma di microfondazione. Come conseguenza, sono sorte alcune caratterizzazioni che abbiamo delineato nell'Introduzione del nostro lavoro sull'argomento: macroeconomisti "genuini" contro microfondatori; keynesiani contro neoclassici; equilibrio contro disequilibrio; buoni contro cattivi. Distinzioni dalle quali avevamo preso le distanze (un esempio: non condividiamo l'idea che Keynes ritenesse trascurabili i comportamenti individuali). Questo è un primo senso nel quale il problema dei fondamenti microeconomici, così come si è posto storicamente, è un falso problema: esso è agitato da entrambe le parti al posto di un altro problema, quello delle visioni alternative del funzionamento del sistema economico.

2) Esiste poi un secondo senso in cui il problema dei fondamenti micro è mal posto (così come è proposto dai "nuovi classici"). Le ragioni qui sono due, e per chiarezza le ribadiamo: da una parte, la pretesa che la fondazione microeconomica debba essere quella walrasiana non è condivisibile per vari e ben consolidati motivi, sui quali non torniamo. Dall'altra parte, molti modelli cosiddetti "microfondati" di fatto aggirano il problema, per via della finzione dell'agente rappresentativo: come sostiene lo stesso Benassi, tale finzione è incoerente con un programma di ricerca rigorosamente fondato sulle microfondazioni. Circa questo secondo punto, non si può dunque condividere l'opinione che l'ipotesi di agente rappresentativo sia valida, nemmeno come "primissima approssimazione". Riguardo al primo punto, ripetiamo che altri approcci alla teoria dei comportamenti (quello New Keynesian, o quello "evoluzionistico") sembrano più promettenti di quello walrasiano.

3) Se un programma di ricerca rigorosamente fondato sulle microfondazioni è da intendersi come lo intendono alcuni - vale a dire che tutte le proposizioni macroeconomiche debbono essere ottenibili come corollari di una microeconomia -, allora emerge un terzo senso in cui il problema dei fondamenti micro è falso. Infatti non ci sarebbe neppure il problema, perché non dovrebbe esistere alcuna distinzione fra le due discipline. Ma, come ripetutamente afferma Benassi, questa non è la prassi usuale degli economisti: di fatto coesistono macroeconomisti e microeconomisti, e i due gruppi hanno difficoltà a coordinarsi. Entrambi riconoscono l'esistenza di "regolarità" (altri parlerebbe di "fatti stilizzati") all'interno del proprio campo di indagine: fatti che essi vedono e dei quali essi sanno parlare. Ciò rimanda a quanto argomentavamo nella sezione del nostro lavoro intitolata Parti e tutto: le definizioni di cosa sia una parte e cosa sia un tutto (o un sistema, o un subsistema) dipendono dal punto di vista del ricercatore, ovviamente inserito nella comunità scientifica di cui condivide il linguaggio. L'operazione di ritaglio delle unità di indagine ritenute "rilevanti" è tutto sommato arbitraria (rispetto a un presunto "IPERMetodo" universale), sebbene sia ovviamente vincolata dalle prassi, dai linguaggi, dagli occhiali adottati nella comunità scientifica di riferimento: ciò che si osserva ripetutamente in diversi campi del sapere è che non è semplice, né è usualmente desiderato, far comunicare i linguaggi propri dei diversi livelli di analisi. D'altra parte, se questo non fosse vero anche per la micro e per la macroeconomia, non dovrebbe sorgere neppure il problema dei fondamenti microeconomici. Il fatto è che per alcuni economisti un "programma di ricerca rigorosamente fondato sulle microfondazioni" sembra significare la ricerca di una unica teoria onnicomprensiva dei fenomeni che chiamiamo "economici": atteggiamento che li discosta significativamente dalla prassi di altri scienziati. Può darsi che qualcuno chiami questo un problema di "Metodo": a noi pare invece un problema di interazione sociale fra un particolare tipo di agenti, gli economisti - cioè un problema di teoria. Una cosa dovrebbe essere ovvia: riconoscere che esistono diversi modi di ritagliare l'oggetto di indagine e di vedervi "regolarità", con linguaggi diversi e difficilmente riducibili l'uno all'altro, non significa assolutamente sostenere che uno dei livelli (per esempio quello micro) sia meno importante dell'altro. La sdrammatizzazione del problema dei microfondamenti non punta all'abrogazione dell'analisi dei comportamenti individuali.

4) Nel nostro lavoro avevamo insistito sul concetto di un "ordine" sociale (ma altrettanto valido è il termine "regolarità") basato sull'interazione dinamica delle scelte degli individui, e in particolare delle loro teorie. Ci sembra dunque di non avere assolutamente negato l'importanza di un discorso "micro". Una delle più importanti implicazioni di questa impostazione è che l'esito sociale si forma in modo inatteso. Questo non vale tanto per l'osservatore-economista che, simulando al calcolatore semplici comportamenti interattivi, perviene a un comportamento sistemico imprevisto (che pure è un aspetto spesso trascurato dai riduzionisti). L'esito sociale ordinato è inatteso per gli stessi individui partecipanti (che sono individui dal comportamento intenzionale, e non banali automi cellulari). L'apprendimento, infatti, è la costruzione interattiva di una nuova teoria, e non l'assegnazione di probabilità a posteriori sempre più elevate a una teoria già prima ritenuta possibile. Un economista (anch'egli agente che deve apprendere, e non solo dedurre per sillogismi) potrebbe rilevare, all'interno dell'ordine sociale vigente, delle regolarità dovute al fatto che gli individui si devono co-ordinare; e potrebbe anche scoprire che alcuni segnali riassuntivi dello stato del sistema si presentano con importanti correlazioni reciproche. Senza accorgersene, insomma, farebbe della macroeconomia. La razionalizzazione, da parte sua, di quelle regolarità potrebbe prendere la forma di modelli antropomorfici, i più facili da ideare, perché richiedono nozioni più intuitive: avrebbe cioè microfondato la sua macroeconomia. Tutto ciò è legittimo: in effetti, i modelli che sono in grado di dar conto in modo semplice dei fatti stilizzati sono anche quelli che hanno più successo e più probabilità di favorire ulteriori evoluzioni teoriche. In questo senso, forse, i fondamenti microeconomici di cui parla Benassi fanno parte dell'usuale prassi degli economisti. Siamo però ben lontani dal "programma di ricerca rigorosamente fondato sulle microfondazioni" che alcuni vorrebbero, cioè la riduzione univoca di ogni proposizione macro ai suoi elementi micro.

5) Questa riduzione è resa impossibile da una circostanza fondamentale: ciò che chiunque percepisce circa l'ambiente circostante è il risultato della teoria che egli ha costruito nel corso dell'apprendimento e che ha deciso di accettare perché non contrasta con i segnali ricevuti. Tuttavia possono coesistere molte teorie diverse circa l'ordine che, tutti contemporaneamente, stiamo osservando: basta che gli agenti siano sufficientemente astuti, cioè dotati di modelli sufficientemente elaborati a fronte di un ammontare finito di segnali. Ciò spiega come gli ordini sociali possibili a priori siamo molteplici: molto, in sostanza, dipenderà dalla storia effettiva del sistema. Questa molteplicità è anche la condizione necessaria perché avvengano innovazioni tecnologiche, scientifiche, sociali: un'altra fonte di proprietà "emergenti". Non esiste dunque una univoca teoria microeconomica che spieghi gli accadimenti che stiamo sperimentando. Il canonico programma di ricerca rigorosamente fondato sulle microfondazioni fallisce: da una parte non esiste un univoco ordine sociale (macroeconomico) compatibile con i comportamenti individuali da cui eravamo partiti all'inizio dell'apprendimento; dall'altra parte non esiste una univoca teoria micro che sia compatibile con l'ordine che stiamo osservando.

6) L'interazione fra i due livelli è dunque problematica, oltre che feconda da un punto di vista teorico (piuttosto che metodologico). I presunti "meccanismi sociali oggettivi" di smithiana memoria che coordinano le intenzioni individuali non sono assolutamente dei meccanismi deterministici, tali che si possa passare meccanicamente da un livello all'altro. Nonostante ciò, il sistema economico tende a coordinarsi più di quanto potremmo aspettarci: è come se ci fosse una mano invisibile che opera il coordinamento. Ma questa mano non c'è (e Smith lo sa benissimo): proprio questa è la sfida intellettuale posta alle scienze economiche e sociali. Se i nomi fossero simboli neutrali, potremmo concludere che il problema dei fondamenti microeconomici esiste ed è molto serio. In questo è facile concordare con le conclusioni di Benassi. Ma i nomi sono categorie concettuali, legate all'ambito culturale e disciplinare che le ha generate. Se ci riferiamo al programma di ricerca rigorosamente fondato sulle microfondazioni (quello della Nuova Macroeconomia Classica, per intenderci), il problema dei fondamenti microeconomici della macroeconomia rimane un falso problema. Molto meglio parlare della teoria economica (dell'economia politica) come teoria delle proprietà emergenti, sorprendenti, di sistema: che poi era il punto di vista di Adam Smith (1).

Note:

(1) Al punto 3) abbiamo usato il termine 'rilevante', che è termine ambiguo. Si potrebbe dire così: una proposizione rilevante consiste in un risultato teorico che pone un problema politico. ("Economics is a science of thinking in terms of models, joined to the art of choosing models which are relevant to the contemporary world").

Riferimenti bibliografici

Benassi C. (1999), In problema inevitabile. Una nota sui fondamenti microeconomici della macroeconomia, Economia Politica, vol.XIV, n.2, pp. .....

Lunghini G. - Rampa G. (1996), Il falso problema dei fondamenti microeconomici, in C. Gnesutta C. (a cura di), Incertezza, moneta, aspettative, equilibrio. Saggi per Fausto Vicarelli, il Mulino, Bologna.

Summary: A Serious Problem (J.E.L. A1, B4)
In this note we put forward briefly some arguments which convince us that the "microfoundation problem" is ill-posed (at least, as it has been studied traditionally). First of all, that the only valid microfoundation is the walrasian one is no longer a tenable position. Secondly, even in this respect, the most usual hypothesesis accepted by the proponents of a rigorous microfoundation procedure is the representative agent, which is in contrast with their very viewpoint. Thirdly, we know of no analysis in which all macroeconomic propositions are deduced from microeconomic theorems (if this were possible, one cannot see how the distinction would be meaningful). Finally, we accept and motivate the idea that macroeconomics treats economic properties which are "emergent" with respect to the analysis of individual behaviour: but this is a completely different story from the one told in the usual micro-macro debate.



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^ GIORGIO LUNGHINI è professore ordinario di Economia Politica all'Università degli Studi di Pavia, Dipartimento di economia politica e metodi quantitativi, Via San Felice 5, 27100 Pavia
glunghini@eco.unipv.it


* GIORGIO RAMPA è professore associato di Economia Politica all'Università degli Studi di Genova, Dipartimento di cultura giuridica "G. Tarello", Sezione economica, Via Balbi. 5, 16126 Genova
g.rampa@unige.it





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