Economia Politica. Rivista di teoria e analisi
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Tecnologia, economia e disoccupazione: trasformazione della società
di Giannino Parravicini ^
Le società industrialmente avanzate sono oggi oppresse da una disoccupazione di dimensioni inconsuete: nel nostro Paese la disoccupazione raggiunge il 12 percento della popolazione attiva e supera il 20 percento nel Mezzogiorno. Soltanto circa il 3 percento della disoccupazione, entro il 12 percento, può essere considerato fisiologicamente normale, in quanto rappresenta disoccupazione frizionale; il restante 9 percento evidenzia una disoccupazione patologica. Escludendo la disoccupazione da sottosviluppo, da sempre in essere nel Mezzogiorno, il 6 - 7 percento, la metà della disoccupazione complessiva, è attribuibile al progresso tecnologico, alla rapidità con la quale si attua.
Al risultato fortemente positivo dello sviluppo tecnologico, che si traduce in una alta produttività, si allaccia il male più triste della presente società, cioè l'elevata disoccupazione. Il contrasto rivela in se l'inceppamento del sistema economico e la sua incapacità di trarre dallo accresciuto potenziale produttivo il conseguente profitto.
La natura e l'origine della disoccupazione tecnologica, dell'introduzione di macchine e di processi produttivi altamente tecnicizzati, sono note da tempo, anzi da sempre, ma la conoscenza stenta a tramutarsi in presa d'atto tale da promuovere proposte di corretti rimedi. I rimedi proposti rimangono quelli della liberazione del mercato del lavoro dai numerosi vincoli che vi si sono inseriti, e il ricorso agli investimenti, pubblici e privati.
Si invocano interventi che restituiscano flessibilità al mercato del lavoro, ma si attribuisce loro impropriamente un potenziale correttivo in sé dello squilibrio tra una domanda e un'offerta di lavoro di natura diversa, e non solo istituzionale. Domanda e offerta ubbidiscono a motivazioni lontane. L'origine della domanda sta nella valutazione che l'imprenditore effettua delle produttività delle varie combinazioni dei fattori della produzione; l'origine dell'offerta è insita nella situazione demografica e nelle preferenze sociali oltre che in quelle strettamente economiche. La sola “pulizia” del mercato dai ceppi e dagli intralci, la sola ricostituzione della flessibilità non sono in grado di sanare squilibri strutturali, in parte estranei a motivazioni economiche. In oltre gli interventi di liberazione del mercato del lavoro, più che interventi ad azione globale, lo sono ad azione individuale, atti a instaurare condizioni di maggiore equità tra i singoli, tra i disoccupati (gli outsider) e gli occupati (gli insider), tra i giovani e gli anziani, tra le donne e gli uomini.
Si invocano gli investimenti. Un rimedio che in sé preso non è idoneo per la disoccupazione tecnologica. Gli investimenti per lavori pubblici sono la premessa dell'attività economica, ma una premessa che finisce in se stessa se non stimola e dà vita anche a investimenti produttivi quindi privati. Solo gli investimenti alla produzione, e in questo senso vengono chiamati privati, sono l'atto iniziale di una ripresa, siano essi imposti dalla necessità di venire incontro a nuova domanda, siano una iniziativa che si ponga lo scopo di precostituire un'offerta nell'attesa della formazione di una maggiore domanda. Gli investimenti sono in questo caso la fase iniziale di aumenti dell'attività economica e in questo senso della produzione, ma non lo sono necessariamente di una maggiore occupazione.
L'imprenditore, che affronta un nuovo investimento, ha il dovere di progettarlo nelle condizioni tecnologiche più avanzate. La riuscita dell'investimento costituisce, tuttavia, incitamento, e spesso costrizione, per le imprese già operanti a rinnovarsi, acquisendo la medesima tecnologia della nuova impresa. Il risultato ultimo è la riduzione della manodopera occupata, e non l'aumento, malgrado l'entrata nel mercato di una nuova impresa.
La ricerca, fedele a questi due rimedi, tradizionali e parziali, poco si sofferma, e comunque si sofferma in modo inadeguato, sulle conseguenze negative, accanto alle positive, del progresso tecnologico, malgrado che oggi il progresso si confermi di natura continuativa, e in alcuni settori si sia fatto travolgente. Tra le innovazioni tecnologiche vanno naturalmente incluse anche quelle di ordine organizzativo e gestionale, le quali hanno pur sempre punti di sostegno nei diversi aspetti della tecnica.
Questa inadeguatezza di interpretazione della attuale elevata disoccupazione ha indotto nel 1996 l'Accademia nazionale dei Lincei ad approfondire l'analisi economica del progresso tecnologico e in senso più lato della contestuale trasformazione della società. La ricerca si è conclusa in un Convegno internazionale nei giorni 16-18 del gennaio 1997, e in un Incontro del 30 ottobre dello scorso anno.
Le vicende economiche della seconda metà del secolo che si è testé chiuso ne sono guida e insegnamento. Fino a quasi la metà degli anni '70 in tutti i paesi economicamente avanzati si susseguirono alti tassi di incremento annuale della produzione, sostenuti da tassi anch'essi elevati della produttività. La crescita economica, sospinta in partenza dalla ricostruzione e dalla ricostituzione del patrimonio produttivo, subito si mosse a tassi elevati prossimi al 5 per cento. Di poco inferiori furono i tassi di incremento della produttività, mentre quelli dell'occupazione si appiattivano sullí1 per cento. Gli inattesi e estremamente elevati prezzi del petrolio interruppero, poco prima della metà degli anni '70, la felice crescita: la domanda del mercato si fece molto più cauta e conseguentemente il tasso di sviluppo si ridusse a valori di circa la metà dei precedenti. I tassi di incremento dell'occupazione rimasero agganciati all'1 per cento; si ridussero, invece, quelli della produttività. Non trovando l'offerta di lavoro delle nuove leve una corrispondente domanda, si ebbe per alcuni anni un processo continuo di accumulazione della disoccupazione fino al 12 per cento degli anni '90, rendendosi poi stazionaria: il sistema si è arroccato su un equilibrio di stabile elevata disoccupazione.
Da queste vicende emerge un semplice insegnamento. L'attività dell'uomo è sempre strutturalmente sostenuta, anzi potenziata, dalla tecnologia, causa strutturale di disoccupazione. Il processo tecnologico non si muove in senso lineare, bensì in modo ondiforme, secondo lo stesso andamento della domanda del mercato e quindi dalla produzione. Quando si accresce la domanda del mercato, contestualmente si eleva il tasso di produttività, in relazione alla renitenza imprenditoriale ad assumere nuova mano d'opera; quando la domanda del mercato si flette, di fronte alle difficoltà di ridurre contestualmente la mano d'opera impiegata, si attenua temporaneamente il processo tecnologico e quindi si abbassano i valori della produttività.
In termini semplici si può dire che il progresso tecnologico ha conferito alla produttività il compito di contenere, o anche annullare, gli effetti della domanda di prodotto in domanda di lavoro, e ancora più quello di contenere lentamente la partecipazione dei due fattori della produzione capitale e lavoro. Un altro fattore della produzione si è inserito in via continuativa “il progresso tecnologico”. D'altronde l'economia politica è nata con tre fattori della produzione: il lavoro, il capitale, la terra. La terra, fattore della produzione si è via via ridotta, di molto rimpicciolita, ma non scomparsa. Il suo posto viene preso dal progresso tecnologico.
Tra le conseguenze del progresso tecnologico, altre due meritano menzione. La prima consiste nel fatto che in generale nei paesi industrialmente avanzati, e specialmente negli ultimi arrivati tra i quali l'Italia, la crescita economica e i mutamenti sociali conseguenti si sono attuati con e spiccata preferenza e rapidità particolarmente nella produzione dei beni materiali di uso ampio e affermato. E che a fianco del consumo di massa, si è affermato un consistente crescente consumo dei ceti medi e medio-superiori, di beni raffinati e prestigiosi. La società ha assunto, sempre più, la evidente caratteristica di società consumistica.
La seconda nel fatto che la produzione di beni immateriali, per i quali scarso è l'intervento della tecnologia è relativamente arretrata. Sono indicati beni immateriali i beni il cui valore risiede essenzialmente nella prestazione diretta dell'uomo all'uomo. Lo sono anzitutto l'istruzione e le sue diverse prestazioni, i diversi prodotti diretti a esclusivo suo sviluppo, come l'educazione professionale, la ricerca scientifica e la cultura; lo sono le prestazioni che si propongono di soddisfare i bisogni spirituali e di una fede religiosa; lo sono i beni della sanità che difendono la salute, l'educazione fisica, la pratica sportiva diretta; lo sono la conoscenza di altre genti, di altri paesi, di altre culture. Alcuni di questi beni sono quasi esclusivamente immateriali, come l'istruzione; la maggioranza di loro si avvale dell'apporto più o meno esteso di beni fisici o materiali, ma sempre la prestazione immateriale dell'uomo all'uomo rimane preminente.
Gran parte di questi beni, i principali, sono prodotti dallo stato, o da enti politici minori, e non sono oggetto di domanda specifica dei singoli. L'intervento dello stato ha costituito nel passato una soluzione positiva, l'unica possibile, perché soltanto lo stato se ne poteva assumere onere e responsabilità in una società ancora immatura. Oggi, invece, la loro appartenenza alla sfera dell'attività dello stato contrasta con una più ampia e migliore diffusione.
I beni immateriali sono nati di massima in regime di gratuità, addossandosene lo stato i costi. Il regime di gratuità, totale o parziale, domina ancora oggi. Una gratuità che è divenuta, purtroppo, causa di inefficienza.
La seconda conseguenza, meno rilevante della precedente, riguarda la mancanza di una sostanziale uniformità nello sviluppo dei consumi, e quindi nella produzione, dei beni materiali. In alcuni settori questi beni già mostrano segni di sazietà fisica. Alle volte la sazietà è assoluta; frequentemente è relativa dipendendo dalla complementarietà dei consumi tra beni diversi, come avviene tra gli autoveicoli, i parcheggi, la rete viaria. Alcuni settori hanno cessato dall'acquisire nuova manodopera e più settori se ne sono alleggeriti senza ridurre la produzione.
In sintesi l'attuale situazione economica presenta in Italia, come di massima, pur con variabilità negli altri paesi economicamente avanzati, le seguenti principali caratteristiche:
1) ampia e costante disoccupazione;
2) squilibri tra produzione di beni materiali e produzione di beni immateriali, e diversa dinamica nella produzione dei primi;
3) alta potenzialità di crescita del reddito.
Come si è detto l'impiego della tecnologia è sempre un impiego stimolato dalla domanda dei beni: esso aumenta quando la produzione si accresce, e viceversa si contrae quando la produzione si riduce. La tecnologia si traduce in interventi operativi “a domanda”. Nei periodi depressi o di bassa congiuntura essa rimane per lo più dormiente.
Le variazioni del tasso di produttività sono con l'oscurarsi della congiuntura economica la risposta dell'imprenditore alle difficoltà di licenziare manodopera. Da alcuni si commenta che ci si dovrebbe dolere di ciò. D'accordo, ma ci dovremmo al tempo stesso compiacere per lo stimolo che ne deriva allo sviluppo tecnologico e quindi alla crescita della economia in senso ampio. Lo sviluppo tecnologico sarebbe più attenuato se l'imprenditore potesse variare la consistenza della manodopera secondo le necessità del momento, senza impacci.
In molti paesi e specificatamente in Italia, all'ampia formazione di disoccupati si aggiunge una inadeguata crescita dei beni immateriali rispetto a quella dei beni materiali. Queste variazioni contestuali potrebbero suggerire una soluzione assai semplice: i due milioni di disoccupati dovrebbero essere destinati a coprire la deficienza della produzione di beni immateriali, e in primo luogo dell'istruzione e dell'assistenza sociale. Il valore del reddito nazionale si accrescerebbe del 5 - 8 percento.
La proposta, in questi semplici e crudi termini, può apparire, anzi è, uno stolto non senso. Ma è in sé evidente che un'operazione la quale si ponga la finalità di immettere fino a due milioni di lavoratori nel settore, attualmente pubblico, della istruzione e quindi anche della cultura, presuppone condizioni di attuabilità ben definite: tra queste sono essenziali due, la prima che l'operazione si attui durante più generazioni, almeno due; la seconda che, a eccezione della scuola dell'obbligo, si ponga termine gradualmente alla gestione pubblica della scuola. La scuola secondaria superiore dovrebbe essere lasciata libera di affrontare una concorrenza che la obblighi a guadagnare i mezzi finanziari occorrenti per la sua attività. Necessariamente l'educazione superiore, le università dovrebbero essere assoggettate allo stesso regime giuridico e di gestione.
Sulla natura generazionale dell'operazione il consenso è probabilmente generale; non è dato impiegare i disoccupati per l'insegnamento, ma è dato stabilire fin d'ora un piano di incremento degli insegnanti nella quantità grossolanamente programmata, e stabilire intanto corsi professionali per la formazione all'insegnamento di giovani già laureati.
Elevare la scuola, e l'istruzione in senso generale, a un livello che sia competitivo con quello dei paesi culturalmente più progrediti è, al di là del suo valore in se stesso, presupposto assoluto per mantenere l'Italia nel gruppo dei Paesi industrialmente avanzati. Una buona scuola secondaria è la garanzia più sicura dello sviluppo professionale e culturale del Paese. Lo dimostra la recente esperienza. L'Italia grazie alla sua conoscenza tecnologica e professionale è stata ancora in grado di resistere negli ultimi anni alla dura concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione, favoriti da costi della manodopera particolarmente bassi, e di mantenere immutata la condizione di benessere dei propri lavoratori.
Ma non basta la difesa: la sola difesa a lungo andare significa un lento arretramento rispetto agli altri e da ultimo la scomparsa. L'alta tecnologia produce disoccupazione, ciò nondimeno la disoccupazione deve essere combattuta con l'alta tecnologia. Si deve essere consapevoli che la si può annullare soltanto con ulteriori progressi tecnologici che consentano di ulteriormente sviluppare i settori produttivi già in atto, aprirne altri a costi che siano internazionalmente concorrenziali, produrre beni di qualità superiore.
L'Italia ancora produce prevalentemente beni materiali. L'auspicio è che presto sia in grado di aumentare notevolmente anche la produzione di beni immateriali. La contestuale crescente produttività dei settori dei beni materiali dovrebbe consentire che crescenti quote di lavoratori siano detratti da questi settori di produzione e destinati alla produzione di quei beni che significano cultura e civiltà.
Nel corso di cinquant'anni la società italiana si è integralmente trasformata da società agricola a cultura contadina, che destinava più del 50 percento della popolazione attiva al lavoro sui campi, a società moderna con ampio volume di servizi, ai quali si dedicano i due terzi della popolazione attiva. L'agricoltura ha visto precipitare il numero dei suoi addetti, da oltre il 50 percento della popolazione attiva a poco più del 5 percento, l'industria ha visto salire gli addetti al 40 percento e poi scendere al 30 percento. La trasformazione ha camminato veloce: si è già giunti alla fase post-industriale.
Le previsioni in periodi come l'attuale di continue rapide trasformazioni, dovute sia al naturale processo evolutivo del sistema, sia a fattori esterni, sono assai incerte, si dovrebbe dire azzardate. Fortunatamente la storia di cinquant'anni giustifica anche previsioni azzardate, previsioni che, d'altra parte, non possiamo fare se non in conformità alle nostre esperienze immediate e agli sviluppi “sconvolgenti” in corso nell'informatica e nelle telecomunicazioni.
Entro una ventina di anni la produzione dei beni materiali, dei beni essenziali all'esistenza fisica, e dei servizi connessi attribuibili all'industria, all'agricoltura, ai trasporti e alle comunicazioni per la produzione e gli scambi, non dovrebbe superare il quarto della popolazione attiva. La restante popolazione attiva auspichiamo che si dedichi alla produzione di beni superiori: dei beni immateriali della salute e della natura, della mente e dello spirito.
Sommario: Tecnologia, economia e disoccupazione: trasformazione della società
Dalla seconda meta' del secolo XX, teste chiuso, i sistemi economici dei paesi piu avanzati vengono animati da continuo sviluppo innovativo, che tende a trasformare la nostra società. L'incessante progresso scientifico accende un processo di innovazioni tecnologiche, cui si accompagnano inevitabilmente le innovazioni organizzative. La produttività si accresce di anno in anno, sebbene non in modo uniforme, per i mutevoli interventi di altri fattori che determinano le decisioni del mercato. All'aumento, pur esso continuo, della produzione si accompagnano il ridursi del fabbisogno di forze del lavoro e il formarsi di una persistente disoccupazione strutturale. L'avvicinarsi, inoltre, delle stesse economie avanzate a situazioni di saturazione fisica dei consumi apre, d'altro canto, ampie possibilità alla produzione di beni immateriali, dei beni dell'istruzione e la cultura, dello spirito, della salute e della natura.
Summary: Technology, Economics and Unemployment: Changes of the Society
In the second half of the 20th century, economies of industrialised countries have witnessed a continuous process of innovation, that has deeply transformed our society. This scientific progress has brought technological innovation and organisational innovation as well. Productivity has continuously grown, often without a uniform trend, due to the variability of the demand and the different factors that help shaping market behaviour. While on the one hand the production growth has been followed by the reduction of labour demand and by the large increase of structural unemployment, on the other hand the possible saturation of "physical" consumption (material goods) is increasing market opportunities for immaterial goods dealing with education and culture, health and other individual services of the body and the spirit.
Segue una nota dell'A. successivamente scritto a commento del Manifesto divulgato nel mese di ottobre 1998 da sette economisti, tra i quali il premio Nobel Franco Modigliani.
Un addendum: Leggendo il "Manifesto" di sette economisti, tra i quali il premio Nobel Franco Modigliani.
Il Manifesto chiede la contestualità delle politiche intese a modificare e naturalmente migliorare il mercato del lavoro e quindi il suo costo per l'impresa, con le politiche di incremento della domanda effettiva. Si e d'accordo. Il Manifesto non tiene, tuttavia, conto adeguato delle conseguenze di una politica di liberalizzazione del mercato del lavoro; quando su di essa si fa prevalente affidamento. Queste conseguenze sono:
I. - Un periodo di insostenibile incertezza per il lavoratore, prima che si giunga alla condizione di piena occupazione;
II. - uno sviluppo produttivo abbandonato alla merce di una domanda globale formata dalle sommatorie di microdomande differenziate, settoriali e locali, alla cui base si pone la creazione di un reddito di scarsa validità reale, dovuto alla sostituzione di attività di "mercato" al lavoro casalingo, alla mera duplicazione dei servizi commerciali al minuto, all'accrescimento delle prestazioni superflue a favore del consumatore, a sofisticazioni anch'esse superflue, e specialmente alla riduzione del periodo di vita del bene a prestazioni ripetute nel tempo, favorendone l'obsolescenza e la rapida sostituzione.
Il Manifesto da grande peso alla politica degli investimenti, che dovrebbe essere estesa anche al settore pubblico, e afferma che l'aumento susseguente della produttività del lavoro, e quindi la riduzione del costo unitario, porta in generale all'aumento della domanda di lavoro e conseguentemente alla riduzione della disoccupazione. Si e d'accordo in merito al ricorso a una politica di investimenti, economicamente produttivi.
Peraltro il Manifesto, mentre da rilievo all'eventuale spostamento della preferenza dell'imprenditore verso l'impiego di manodopera, divenuta più produttiva rispetto al capitale, ignora "immotivatamente" la presenza di uno sviluppo tecnologico persistente, il quale, automaticamente, si estende dalle iniziative di nuovi investimenti alle imprese già operanti, spingendole, o costringendole, a "innovarsi" se intendono rimanere sul mercato. L'innovazione comporta normalmente aumento della produzione a occupazione immutata, o suo accrescimento in misura inferiore a quella dell'offerta di lavoro.
Il Manifesto sostiene, a buona ragione, che il ruolo della Banca Centrale Europea, limitato alla lotta all'inflazione, debba essere integrato da quello del controllo della disoccupazione. Ciò venne precedentemente, il 27 aprile 1998, già sostenuto a un Convegno dell'Accademia dei Lincei dove fu espresso un punto di vista sostanzialmente uguale.
In sintesi il Manifesto, mentre sottolinea con stringenti argomentazioni l'importanza della domanda ai fini dello sviluppo dell'attività produttiva, non sente alcuna esigenza di approfondire la causa principale dell'attuale disoccupazione nei paesi economicamente avanzati. Non rileva che l'attuale disoccupazione in questi paesi e essenzialmente il frutto di accresciuta potenzialità produttiva e sorvola la questione di fondo del se e del come si possa trarre profitto da questa accresciuta potenzialità.
In realtà in premessa il Manifesto nega espressamente che il progresso tecnologico produca disoccupazione. Ne sarebbe testimonianza la mancanza di elevata disoccupazione in paesi tecnologicamente avanzati, come, si può aggiungere, gli Stati Uniti e l'Inghilterra. Ma non indugia a cercare i motivi di questa. Se il fatto che in alcuni paesi non vi è disoccupazione sia prova sufficiente per negare l'effetto disoccupazione dello sviluppo tecnologico.
Negli Stati Uniti, paese dalla grande potenzialità economica, di ampie diversificazioni della popolazione, con classi e ceti distinti, dove convivono popoli diversi anche razzialmente, il mercato del lavoro e estremamente diversificato e scarsamente disciplinato. Non vi sono limiti generali o assoluti alla discesa dei salari per i ceti sottosviluppati o degradati, o per occupazioni saltuarie limitate nel tempo, e continuamente offerte. In Inghilterra il mercato del lavoro, a seguito della decisa politica di contenimento degli interventi garantistici, imposta dalla Tatcher con grande decisione, il mercato ha già subito un profondo processo di "allineamento " dell'offerta di lavoro a una domanda diversificata nel tempo e nella qualità. La condizione di piena occupazione garantisce, d'altro canto, almeno per ora l'accettabilità di un sistema sostanzialmente non impedito da oneri garantistici.
Per contro la disoccupazione della Germania e simile a quella italiana. Qui alla disoccupazione da sottosviluppo di alcune regioni si aggiunge quella tecnologica. Ai tassi della disoccupazione complessiva degli Stati Uniti del 4,5 per cento e del Regno Unito di circa il 6 per cento, si oppongono in Germania il tasso dell'11 per cento e in Italia quello del 12 per cento.
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^ PARRAVICINI GIANNINO è professore emerito alla Università degli Studi La Sapienza di Roma e socio nazionale alla Accademia Nazionale dei Lincei, Via della Lungara 10, 00165 Roma.
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