Economia Politica. Rivista di teoria e analisi
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Politiche eretiche per l'occupazione *
di Giorgio Lunghini ^
Questi ragionamenti, eccentrici rispetto al punto di vista dominante, muovono da un giudizio, da un fatto stilizzato e da una tesi. Il giudizio è che la disoccupazione è uno spreco di risorse, uno spreco che si accompagna a una diseguaglianza crescente nella distribuzione della ricchezza e del reddito e a una massa crescente di bisogni sociali insoddisfatti: l'obiettivo della piena occupazione dovrebbe dunque tornare al primo posto nell'agenda dei governi democratici. Il fatto stilizzato è che la crescita del prodotto non è più condizione sufficiente per l'aumento dell'occupazione. La tesi è che un paese senza Stato sociale non è né democratico né efficiente. L'eresia sta soltanto nel principio teoricamente fondato che le cause vere della disoccupazione, e dunque i suoi rimedi, sono da ricercare non nel mercato del lavoro, bensì nel funzionamento complessivo del sistema economico e sociale. 1
Le ricette tradizionali non possono curare le forme attuali della disoccupazione, dunque converrà ragionare su altre misure di governo: il reddito di cittadinanza, la riduzione dell'orario di lavoro, i lavori concreti. Nessuna di queste misure è una politica per l'occupazione in senso stretto, spesso sono viste da chi le sostiene come alternative tra di loro, tutte e tre hanno controindicazioni. Potrebbero però combinarsi utilmente in un progetto complessivo: il cui quarto elemento, fondamentale, è una politica industriale reale.
Crescita e occupazione: un fatto stilizzato. La malattia della disoccupazione tecnologica, diagnosticata da Keynes nel 1930 (ma un secolo prima da Ricardo) colpisce oggi quasi tutte le regioni del mondo. 'Disoccupazione tecnologica' significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera: nuovi, rispetto a quelli generati, o cancellati, dal mercato.
Oggi si ragiona ancora, confondendo la statica con la dinamica, come se la relazione tra produzione di merci e lavoro vivo fosse quella predicata da una funzione di produzione semplificata, nella quale la quantità prodotta dipende soltanto dalla quantità di lavoro impiegata; così che il numero dei lavoratori occupati dipenderebbe dalla quantità di prodotto, poiché se la funzione di produzione è monotona dovrebbe esserlo anche la sua inversa. L'implicazione di politica economica di questo paralogismo è che per una crescita dell'occupazione sarebbe necessaria e sufficiente la ricetta della sintesi neoclassica: rilancio della produzione di merci e diminuzione del salario reale. Negli ultimi anni, tuttavia, la relazione biunivoca e stabile predicata dalla funzione di produzione è venuta meno. È ancora vero che se la produzione cala l'occupazione cala, ma non è più vero l'inverso, che quando la produzione riprende anche l'occupazione riprende. Quando la produzione riprende, ma non ci si aspettano nuove onde lunghe e favorevoli, tutti i singoli produttori trovano conveniente sfruttare i cambiamenti tecnici e organizzativi che hanno consentito di risparmiare lavoratori, per non assumerne di nuovi (con l'approvazione dei mercati finanziari) 2. La disoccupazione viene così cristallizzata, e diventa tendenzialmente irreversibile.

Gli anelli della catena causale keynesiana (aspettative > investimenti > domanda effettiva > occupazione) si sono allentati, e la bassa crescita del prodotto pone una barriera sulla curva di domanda di lavoro. L'occupazione dunque non crescerebbe in maniera significativa per effetto di una diminuzione del salario reale. Diminuzione che dopo Keynes sappiamo essere (forse) condizione necessaria, ma certamente non sufficiente, per l'aumento dell'occupazione. La riduzione del monte salari può anzi generare crisi di realizzazione e dunque una diminuzione ulteriore dell'occupazione 3. Ciò significa che provvedimenti intesi a spingere la produzione, come il taglio neoclassico del salario o il sostegno pseudokeynesiano della domanda di merci, hanno effetti piuttosto sulla distribuzione del prodotto sociale che non sull'occupazione. Possono servire ad aumentare i profitti e le rendite, ma non anche a far crescere automaticamente, in maniera sensibile e duratura, il numero degli occupati.
Il 'fatto stilizzato' disegnato sopra, la cui proposta era stata giudicata azzardata, ha ormai trovato riscontro empirico 4. Una recente, amplissima rassegna della letteratura sul tema della disoccupazione (in Europa 5; diversa è la situazione americana, ma egualmente minacciosa) 6mostra che l'impostazione tradizionale del problema - in termini di domanda e offerta di forza lavoro sul mercato del lavoro - non riesce a spiegare l'aspetto oggi più grave della disoccupazione, che è la sua persistenza. Ciò dipende proprio dal modo ortodosso (prekeynesiano e prericardiano-marxiano) di impostare il problema, dunque occorre cercare in altre direzioni 7. Questo stesso fatto stilizzato, che dovrebbe costituire la premessa maggiore di qualsiasi ragionamento circa la disoccupazione, sollecita risposta a tre domande: Quali ne sono le cause?, Come mantenere l'occupazione esistente?, Che cosa fare dei disoccupati?.
Quali sono le cause di questo fatto. Circa il primo problema, si può dire che il cambiamento nella relazione fra produzione di merci e occupazione coincide con la consumazione del modello taylorista-fordista-keynesiano. Quel modello, che aveva contraddistinto la dinamica delle economie industriali nel dopoguerra fino a metà degli anni settanta, era caratterizzato dalla produzione di massa di beni di consumo durevoli standardizzati; da un processo di accumulazione del capitale di tipo estensivo; da un compromesso sociale sulla spartizione dei guadagni di produttività fra capitalisti e lavoratori; da politiche di stabilizzazione della domanda aggregata e dell'assetto sociale.
Ora il mercato dei beni di consumo durevoli si è progressivamente saturato, l'innovazione di processo prevale sull'innovazione di prodotto, gli orizzonti temporali delle decisioni di investimento si sono accorciati, quelli geografici allargati. Le nuove tecnologie si incorporano in investimenti con tempi di ritorno relativamente brevi, rispetto ai grandi impianti tradizionali. In condizioni di incertezza crescente, ciò trattiene dall'assunzione contrattualmente duratura di forza lavoro e rende convenienti configurazioni 'flessibili' della fabbrica, del mercato del lavoro e dell'intera società. Il capitale, d'altra parte, spesso preferisce gli investimenti speculativi agli investimenti produttivi di sovrappiù 8. La rendita impedisce, nel senso ricardiano-keynesiano, l'accumulazione di capitale produttivo, e con efficacia la contrasta politicamente in quanto preferisce la disoccupazione all'inflazione da costi.
Nessuna delle circostanze che avevano dato vita al paradigma fordista, tanto meno il loro insieme, è riproducibile. Oggi non è sostenibile nessuna teoria della compensazione, e non è pensabile che la crescita del prodotto, ai tassi ai quali essa può effettivamente e durevolmente realizzarsi, comporti una crescita significativa dell'occupazione. La base materiale di quel paradigma è irripetibile. Il capitale non ha nazione e cerca forza lavoro là dove questa costa meno, mentre resta confinata essenzialmente al mercato nazionale l'offerta di lavoro. Il salario viene contabilizzato soltanto come costo di produzione, non anche come domanda effettiva. Sono cambiati i termini del rapporto fra capitale e lavoro salariato, e sono cambiati i termini del patto fra capitale e classe politica nazionale per quanto riguarda la configurazione dello Stato sociale. Si potrebbe dire, con un'ambigua espressione degli anni trenta, che si tratta di una forma di "razionalizzazione sbagliata", una razionalizzazione che mentre abbassa i costi di produzione di una impresa singola eleva i costi di produzione sociale, "arricchendo così l'individuo e impoverendo la società".
I costi economici e sociali della disoccupazione di massa, nel lungo periodo, sono maggiori di quelli di un'inflazione moderata. Tuttavia l'accorciamento degli orizzonti temporali del capitale, della politica e dello stesso buon padre di famiglia, rende irrilevanti le prospettive di lungo periodo. Il cambiamento intervenuto nella lunghezza degli orizzonti temporali del capitale è una delle ragioni, e non l'ultima, della asimmetria che si sta manifestando fra dinamica della produzione e dinamica dell'occupazione.
Come mantenere l'occupazione esistente ? Il secondo problema è tutt'uno con quello della vitalità dell'industria e delle attività ad essa collegate. Oggi una politica del lavoro e dell'occupazione deve essere principalmente una politica di governo della produzione, che ne orienti la dinamica strutturale e che persegua la stabilizzazione del ciclo economico, piuttosto che l'intensità delle fasi di ripresa (ciò è implicito nel 'fatto stilizzato'). Un'economia monetaria di produzione non si governa soltanto con la moneta, tanto meno con politiche di svalutazione 'competitiva' sul cambio, sul salario o sullo Stato sociale. È vero che in una economia aperta il problema dell'occupazione è immediatamente un problema di competitività sui mercati internazionali. L'aumento della competitività, tuttavia, non passa per una riduzione generalizzata del costo del lavoro, né questa sarebbe generalizzabile. Se si considera che il mondo è un sistema chiuso, una riduzione universale del costo del lavoro si tradurrebbe in una crisi generale di sovrapproduzione 9.
Una politica industriale reale Progettare un modello di competitività civile anziché fratricida significa progettare ad un tempo un modello di sviluppo e un modello di assetto sociale, coerenti l'uno con l'altro. Dunque significa, in primo luogo, progettare una politica industriale lungimirante, che tenga conto delle specificità e potenzialità delle singole economie e che persegua un modello di sviluppo con occupazione, anziché di una insostenibile crescita senza occupazione.
Nell'economia italiana esistono asimmetrie molto marcate nei gradi di sviluppo e nei livelli regionali di occupazione. In alcune aree del Centro Nord Est vi è pieno impiego e talvolta si danno eccessi di domanda di lavoro. Nell'area del Nord Ovest, di più vecchia industrializzazione, da circa due decenni sono in atto processi di ristrutturazione produttiva mediante investimenti in macchine e nuove forme di organizzazione che non generano effetti di compensazione. Nel Sud i livelli di disoccupazione sono strutturalmente molto elevati: non esiste nel territorio una capacità produttiva tale da poter dare lavoro alla manodopera disponibile. Nelle regioni meridionali del paese il reddito medio è storicamente inferiore a quello del Nord. Ciò ha suscitato importanti movimenti migratori, arrestatisi quando nel Sud sono nate, e poi cresciute a tassi elevati, le opportunità di lavoro in impieghi del settore pubblico o sussidiati dallo Stato. Nel frattempo si è verificato un inarrestabile declino dell'occupazione agricola, che non ha trovato riscontro, come sarebbe accaduto in un processo di sviluppo bilanciato, nella contemporanea crescita della manifattura in loco. Negli anni più recenti si è fermato l'assorbimento di manodopera da parte del settore pubblico. Ma l'industria non si è ancora sviluppata a sufficienza.
Attualmente la disoccupazione continua ad essere legata a fattori d'arretratezza. Sebbene rispetto al secondo dopoguerra lo scarto rispetto al Centro Nord sia diminuito in termini di reddito, in termini di capacità produttiva è rimasto probabilmente invariato. Le politiche che sono state attuate, soprattutto di trasferimenti, hanno dato luogo alla formazione di manodopera poco qualificata per il lavoro nei settori produttivi dell'economia. È noto che la forza lavoro disoccupata è composta soprattutto da donne e giovani. Il fenomeno forse meno noto, ma non per questo meno importante, riguarda la distribuzione delle qualifiche e dei titoli di studio delle persone in cerca di prima occupazione. In media, il numero di diplomati e di laureati in cerca di occupazione è superiore nelle regioni del Sud del paese rispetto a quelle del Centro Nord. Secondo la teoria economica, la formazione di capitale umano è un vero e proprio investimento da parte dell'individuo: la durata del periodo dedicato agli studi è commisurata al reddito atteso con l'ingresso nel mercato del lavoro. Lo studio è tempo sottratto al lavoro; questo costituisce un suo costo opportunità, che è diverso e indipendente dalle spese sostenute per affrontare il periodo formativo. Tale definizione di capitale umano è tuttavia troppo generale: le competenze necessarie per ogni mansione sono in realtà un misto di studi effettuati fuori dal lavoro, che hanno soprattutto la funzione di consentire l'accesso a certi segmenti del mercato, e di skills o competenze acquisiti sul lavoro. Date le diverse situazioni delle due economie, ci si aspetterebbe un investimento in capitale umano, inteso come periodo dedicato agli studi, relativamente superiore nelle regioni del Nord 10.
Guardando solo alla durata del periodo di studio, diventa difficile comprendere le ragioni del mancato incontro tra le situazioni di eccesso di domanda di alcune regioni del Nord e l'offerta del Sud. Viene da chiedersi se la ragione del mismatch risieda soltanto nel costo della mobilità geografica. Basta tuttavia analizzare il fenomeno per constatare che il costo della migrazione è solo una delle cause, e non la più importante, del mancato coordinamento. Esiste infatti un secondo aspetto del problema, non indipendente dal primo, che deve essere menzionato. Si registra una discrepanza significativa tra la composizione delle qualifiche delle forze di lavoro disoccupate del Sud e quelle richieste dalle imprese operanti al Nord. Più che al Nord, in queste regioni viene privilegiata una preparazione di tipo letterario umanistico, piuttosto che tecnico scientifico. Le aspettative che determinano la scelta sono molto probabilmente basate su un modello dell'economia ormai inesistente, sulla speranza di impieghi nel settore statale o in attività sovvenzionate dallo Stato, dove le probabilità d'accesso ad un posto di lavoro e il salario atteso aumentano con il livello del titolo di studio acquisito. L'area della specializzazione è considerata ininfluente così che la richiesta di operai specializzati e di ingegneri da parte delle imprese del Centro e Nord Est non viene coperta dalla mano d'opera in eccesso del Meridione, non tanto per i costi relativi al trasferimento, quanto per l'incompatibilità che si è creata nel corso degli anni tra le qualifiche e gli skills domandati e quelli offerti. Quei posti di lavoro vengono in parte coperti da lavoratori provenienti da altri paesi. Complessivamente, dunque, nelle regioni del Sud, la prospettiva di un periodo lungo di disoccupazione e la possibilità di estendere nel tempo la permanenza all'interno del gruppo famigliare spinge spesso i giovani a prolungare la durata degli studi. La disoccupazione genera spesa in capitale umano, ma questa non corrisponde ormai ad un vero e proprio investimento, dato che non è effettuata in conformità ad una prospettiva coerente di redditività futura.
L'incoerenza nelle aspettative e nelle scelte può essere dovuta non tanto o non semplicemente al fatto che la manodopera è composta da individui backward looking, quanto forse piuttosto alla mancanza di segnali chiari da parte dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni in Italia. Una situazione di questo tipo tende a autoalimentarsi. In media il titolo di studio conseguito, pur se universitario, è diventato uno strumento insufficiente a accedere a un posto di lavoro nelle regioni meridionali, e continua a essere insufficiente, insieme al resto della preparazione lavorativa, per accedere a impieghi in altre regioni del paese. Se le scelte delle persone non cambiano, ma il governo vuole mantenere fede ai vincoli di restrizione nella spesa pubblica, la sacca di disoccupazione può espandersi fino a dimensioni socialmente non sostenibili. A quel punto l'insieme di possibilità dei governanti tende naturalmente a ridursi, fino a che essi non saranno di nuovo indotti a aggirare il problema con trasferimenti e sussidi. Data questa situazione, una vera politica per l'occupazione deve essere lungimirante nel senso di modificare i comportamenti e le scelte delle persone e dei governi in maniera duratura.
Seppure in misura meno rilevante, la disoccupazione presente in alcune regioni del Nord Ovest d'Italia è anch'essa di tipo strutturale. Le sue caratteristiche sono però diverse da quelle delle regioni meridionali. È disoccupazione derivante da processi di ristrutturazione avvenuti soprattutto all'interno di grandi imprese negli anni successivi ai due shock petroliferi, in cui i recuperi di produttività erano considerati essenziali per la sopravvivenza. Mentre in altri paesi industrializzati alla prima fase di licenziamenti dall'industria è seguita una seconda di riassorbimento della manodopera eccedente, nelle regioni italiane del Nord Ovest, e soprattutto nelle imprese di maggiore dimensione, la crescita della produttività è rimasta fortemente ancorata a processi di approfondimento dell'intensità di capitale. La produttività media del lavoro in Italia, misurata come prodotto per addetto, è infatti tra le più elevate dei paesi industrializzati.
Quali politiche industriali potrebbero risultare appropriate per porre rimedio al problema della disoccupazione? Da quanto si è visto fino ad ora le regioni del Nord-Ovest e quelle del Sud del paese costituiscono realtà diverse. Mentre in un caso il problema riguarda il tipo di tecnologie adottate in settori fondamentalmente maturi, nell'altro le difficoltà si concentrano nella mancata industrializzazione e nello sviluppo insufficiente. Le misure di politica industriale possono differenziarsi in singoli aspetti, in modo da tenere conto delle specificità regionale, ma devono tuttavia fondarsi su un concezione coerente ed unitaria delle forze che determinano lo sviluppo del sistema economico.
La formazione del capitale umano. Si è già accennato ai cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni nei processi produttivi delle economie avanzate. Nella fase del fordismo le macchine dominavano sul lavoro umano. Quest'ultimo era prevalentemente passivo, non qualificato, le mansioni rimanevano fortemente segmentate. Le nuove tecnologie comportano orizzonti più brevi, cambiamenti più frequenti nei metodi produttivi e nei beni prodotti. Le attività svolte dai lavoratori sono mediamente più qualificate e meno specialistiche. Il lavoro, piuttosto che le macchine, deve governare i processi produttivi. Questo comporta, come condizione necessaria per le fasi iniziali ma anche per il mantenimento del processo di sviluppo, maggiori e migliori livelli medi di istruzione di quelli oggi esistenti in Italia e soprattutto nelle regioni del Meridione. Il centro delle politiche industriali deve dunque risiedere nella formazione non tanto di capitale fisico nella fabbrica, quanto di capitale umano nella scuola. L'investimento in capitale fisico rimane al centro delle scelte delle grandi imprese storiche italiane, mentre la qualità dell'istruzione è inadeguata soprattutto nelle regioni meridionali. Il primo insieme delle politiche brevemente proposte in seguito è diretto a consentire l'incontro tra domanda e offerta di lavoro tra le diverse regioni italiane. Il secondo, non indipendente, ha come obiettivo l'incremento della domanda di lavoro nelle regioni del Sud del paese. Più complesso appare il problema della zona del Nord-Ovest, che sarà affrontato in un secondo momento.
La descrizione del fenomeno sottostante il mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro rende evidente la necessità di un insieme di incentivi, di proposte e di segnali chiari diretti ai giovani che affrontano il loro periodo formativo. La scelta di studi maggiormente diretti a materie tecnico scientifiche può essere incentivata con il finanziamento di periodi di tirocinio presso imprese locali e di altre regioni del paese. Parte della formazione e qualificazione della forza lavoro resta in questo modo a carico dello Stato, ma la spesa ha un impatto più diretto ed esteso di quella destinata a generici corsi di formazione. Tali periodi di tirocinio devono essere complementari e non sostitutivi rispetto ad altre forme di sostegno dell'occupazione. In particolare, i lavori concreti, nella forma di lavori di pubblica utilità, potrebbero essere svolti da persone in cerca di occupazione che non entrano immediatamente nei circuiti di mercato, ma apprendono e svolgono mestieri per cui non esiste una domanda pagante.
Quale potrebbe essere il destino dei giovani che decidono di intraprendere l'esperienza del tirocinio presso imprese localizzate in altre regioni del paese? Prevedibilmente parte di queste persone rimarrebbe a lavorare per l'impresa presso cui ha compiuto l'esperienza iniziale o vorrebbe assunta da altre dello stesso settore. Un'altra parte di queste persone tornerebbe alla regione d'origine. Le sue probabilità di iniziare un'attività come lavoratore indipendente o di essere assunto da un'impresa locale sarebbero presumibilmente maggiori di quelle di una persona in cerca di lavoro che avesse seguito un corso di qualificazione professionale generico. Inoltre, attualmente lo Stato eroga prestiti a tassi agevolati ai giovani disoccupati delle regioni meridionali intenzionati ad avviare un'attività imprenditoriale. L'esperienza compiuta con un precedente tirocinio presso un'impresa può incrementare le probabilità di successo, quindi di redditività, dell'investimento. Ciò a sua volta genererebbe nuova domanda di lavoro.
La creazione di nuove imprese. In questo ambito possono essere compresi gli interventi di politica economica volti ad incrementare l'occupazione mediante l'incentivazione del lavoro indipendente e la creazione di nuove imprese. Il compito di creare posti di lavoro è in tal caso affidato a nuove attività produttive che l'intervento pubblico aiuta a decollare fornendo, più che incentivi finanziari, incentivi reali, cioè formazione specifica e assistenza all'attività imprenditoriale.
L'occupazione indipendente in Italia è una parte rilevante dell'occupazione totale (poco meno di 6 milioni su 20 milioni di occupati, cioè una quota pari al 29%) 11. Ciò sembra costituire una peculiarità del nostro paese; il confronto con gli altri stati membri dell'Unione Europea mostra infatti che in Italia gli indipendenti sono il triplo rispetto alla Germania e alla Danimarca, e il doppio rispetto alla Francia, alla Gran Bretagna, alla Svezia e all'Olanda. L'aggregato degli occupati indipendenti è alimentato soprattutto da individui che provengono da un'occupazione dipendente, e più specificamente da soggetti che mutano solo la posizione nella professione, ma restano all'interno dello stesso settore di attività. Inoltre, a parità di ricchezza posseduta e di livello di istruzione, è più probabile che passino al lavoro autonomo i dipendenti più poveri, con bassi salari e con una storia lavorativa di instabilità. Questo risultato suggerisce che i lavoratori con le minori opportunità nel settore del lavoro dipendente finiscano per scegliere un lavoro in proprio perchè quest'ultimo è preferibile non tanto al lavoro subordinato, quanto piuttosto alla più probabile e già sperimentata disoccupazione. Poichè i dati mostrano una probabilità molto bassa di entrare e soprattutto di permanere nel lavoro indipendente da parte di individui che non siano già stati occupati come dipendenti nello stesso settore, risulta infondata l'aspettativa di trovare giovani alla ricerca della prima occupazione, o disoccupati di lunga durata, o casalinghe, che senza interventi adeguati possano magicamente trasformarsi da cercatori di lavoro a datori di lavoro.
Tra gli interventi di politiche attive del lavoro, tuttavia, proprio quello rivolto alla creazione d'impresa sembra avere qualche prospettiva di successo, dato che la dinamica dei flussi conferma le migliori prospettive occupazionali di coloro che sono alla ricerca di un lavoro in proprio rispetto a coloro che cercano un posto di lavoro alle dipendenze. L'obiettivo di tale politica è quello di favorire la progettazione di iniziative imprenditoriali contribuendo alla valutazione delle loro opportunità di sviluppo (o quanto meno di sopravvivenza). In Italia vi sono attualmente sei leggi nazionali a sostegno del lavoro autonomo e della creazione d'impresa 12, più un centinaio di leggi regionali 13.
Un recente tentativo di stimare gli effetti della legge 44/86 (imprenditorialità giovanile), pur in presenza di notevoli difficoltà interpretative dovute ai limiti propri dei dati utilizzati 14, conferma sia la considerevole capacità di crescita occupazionale delle nuove imprese nei due anni successivi all'avvio sia una contenuta mortalità, i cui effetti sono stati comunque più che compensati dai tassi di crescita delle imprese sopravvissute. Altri autori 15, muovendo dall'evidenza che le imprese ammesse ai benefici della legge 44/86 sopravvivono più a lungo di quelle spontanee, mirano a stabilire in che misura tale maggior probabilità di sopravvivenza sia dovuta alla selezione operata tra le imprese richiedenti o non piuttosto alle condizioni di favore in cui operano le imprese finanziate. L'evidenza che emerge dai dati INPS sul numero di dipendenti delle imprese suggerisce che i criteri di selezione adottati e i benefici previsti dalla legge, a parità di altre condizioni, inducono una maggior domanda di lavoro da parte delle imprese finanziate.
Anche in Europa gli studi fatti per valutare l'impatto delle politiche di creazione di nuove imprese 16 hanno evidenziato i principali fattori che riducono il tasso di abbandono; in primo luogo si è verificato che un sistema efficace per ridurre la prematura mortalità delle nuove imprese è l'abbinamento delle attività di consulenza e formazione ad un severo processo di selezione che possa individuare e incentivare solo i progetti più affidabili. In secondo luogo sono stati sottolineati gli effetti positivi della formazione imprenditoriale specifica: dopo tre anni di vita dell'impresa il tasso di abbandono è del 30% circa, ma dimezza per coloro che hanno seguito un percorso formativo completo. Ai vantaggi che derivano dalla formazione specifica si sommano quelli legati al titolo di studio: dopo tre anni di attività, gli imprenditori laureati mostrano capacità di sopravvivenza maggiori della media di ben 13 punti percentuali. Vi è infine un ultimo fattore, rappresentato dall'esperienza professionale accumulata in precedenza (e perferibilmente nello stesso settore di attività), che riduce il tasso di abbandono di 9 punti percentuali rispetto alla media 17. Un fattore di rischio per la sopravvivenza sembra invece essere costituito dal fatto che le imprese sorte nell'ambito dei programmi volti a favorire l'occupazione indipendente sono spesso sottocapitalizzate, ma questo effetto non è sicuro, perchè la mortalità osservata, in tal caso, potrebbe dipendere proprio dal fatto che è più facile ritirarsi da un'attività economica se questa ha comportato un investimento iniziale modesto.
Se ne conclude che una buona politica di creazione d'impresa deve porre attenzione a tre cose: fornire non tanto incentivi finanziari quanto servizi reali; prevedere che la formazione imprenditoriale sia applicata dopo un severo processo di selezione degli aspiranti e sia quantitativamente rilevante, di buona qualità e protratta nel tempo; essere consapevole del fatto che la precedente esperienza lavorativa nello stesso settore di attività e un elevato titolo di studio del neo imprenditore aumentano in modo non trascurabile la probabilità di sopravvivenza della nuova impresa.
Che cosa fare dei disoccupati ? La produzione di un sovrappiù vendibile è condizione necessaria, ma non sufficiente, per ridurre la disoccupazione. Anche in presenza di una crescita fortunosamente veloce della produzione di merci, il terzo problema rimarrebbe irrisolto. Oltre che a una politica industriale appropriata, occorre dunque pensare a altre politiche: il reddito di cittadinanza, la riduzione dell'orario di lavoro, i lavori concreti.
Il reddito di cittadinanza. Vi sono almeno tre idee di distribuzione sociale del reddito. In primo luogo, occorre considerare le idee di reddito di cittadinanza che si presentano come funzionali alla flessibilità del nuovo modello di accumulazione. Tale idea si basa sul proporre una sorta di salario minimo garantito come indennizzo, poiché la struttura economica non garantisce un lavoro a tutti. Tale proposta, che nasce quando si sviluppa il sistema di produzione capitalistico e che è funzionale alla sua crescita, ha trovato due modalità di esplicazione fra loro molto diverse, anche se omogenee nel comprendere le esigenze di accumulazione a seconda della fase economica di riferimento: fordista o post-fordista.
La proposta di imposizione negativa sul reddito è infatti funzionale al contenimento dello sviluppo del Welfare State, ma nello stesso tempo contempla il perseguimento di un consumo di massa compatibile con la produzione in serie all'interno del modello fordista di accumulazione. Il salario minimo, essendo in questo caso complementare all'attività lavorativa e di consumo, non può essere universale, ma esclusivamente rivolto a chi non ha un reddito minimo da lavoro. È qui che la versione neo-keynesiana del reddito di cittadinanza degli anni Novanta si differenzia dai precedenti storici. Sulla base del riconoscimento della fine del modello fordista e del fatto che la flessibilità e la precarizzazione dell'attività lavorativa non sempre consentono un reddito stabile e continuo per tutti, si propone un reddito minimo garantito come palliativo alle carenze strutturali del nuovo modello di accumulazione flessibile 18. In questo caso è più pertinente parlare di reddito minimo garantito piuttosto che di salario minimo garantito, perché le nuove e future condizioni del mercato del lavoro sanciscono maggiormente la differenza tra reddito da un lato e lavoro dall'altro. Tale reddito minimo verrebbe devoluto solo a chi è in età lavorativa e con un ammontare che varia in funzione dell'età stessa, sottolineando in tal modo la dipendenza dall'esistenza di diversi livelli di produttività e di consumo a seconda dell'età. È evidente che entrambe le concezioni di reddito e salario minimo garantito rientrano nella sola sfera della distribuzione e della circolazione delle merci, senza intaccare i meccanismi della produzione capitalistica. In questa sua concezione, il reddito minimo può però operare come strumento di esclusione. La necessità di intervenire anche sulla sfera della produzione induce a considerare prioritari i temi della riduzione dell'orario di lavoro e dello sviluppo di lavori concreti, e di pensare solo come conseguente la questione della distribuzione del reddito; rocesciando così la logica neo-keynesiana e neo-liberale del reddito o salario minimo.
Le trasformazioni del lavoro indotte dal dispiegarsi del modello di accumulazione flessibile non sempre consentono una definizione giuridicamente esatta dell'orario di lavoro. L'ingrandirsi progressivo di una fascia di lavoro precario, autonomo, 'eterodiretto', finora esclusivamente regolato da una contrattazione individuale che dipende dal grado di subordinazione o specializzazione della prestazione lavorativa, fa sì che solo a una quota decrescente, anche se rilevante, della forza lavoro possa essere applicata una politica di riduzione dell'orario di lavoro 19. Ne consegue che i nuovi modelli di deregolamentazione del mercato del lavoro rimettono in discussione la tradizionale definizione del rapporto lavoro-reddito e il ruolo predominante del lavoro come elemento costitutivo del reddito. Nel momento stesso in cui il lavoro è scisso dal reddito e viceversa, il legame di interdipendenza non è più facilmente definibile e può variare da soggetto a soggetto a seconda del ruolo assunto nelle gerarchie del processo di accumulazione. Il reddito di cittadinanza non è un rimedio alla disoccupazione. Reddito di cittadinanza, riduzione dell'orario di lavoro e attivazione di lavori concreti sono invece misure tra loro complementari, e solo insieme possono rappresentare una valida alternativa al mantenimento delle attuali dinamiche di impoverimento sociale.
L'esistenza di disoccupazione strutturale in seguito alla rottura del nesso produzione-occupazione nasconde un'altra rottura tanto più misconosciuta quanto importante: quella tra produttività del lavoro e reddito di lavoro, che a sua volta rimanda alla separazione tra distribuzione del reddito da un lato e meccanismo di accumulazione dall'altro. Oltre alle evidenti ripercussioni che questo fattore genera nella sfera economica e a livello sociale, tale separazione implica anche una modificazione del rapporto tra inclusione e esclusione. Nel modello fordista-keynesiano l'esclusione e l'emarginazione sociale dipendevano dal grado di insubordinazione nei confronti delle condizioni e della disciplina del lavoro. In questo ambito, la presenza di una forte etica del lavoro rappresentava la via maestra per l'integrazione e l'inclusione sociale, che consentiva la partecipazione, pur se in posizione subalterna, alla distribuzione della ricchezza che si contribuiva a produrre. Nel modello flessibile post-fordista, l'esclusione e l'emarginazione sociale si caratterizzano come elemento esogeno di flessibilizzazione e pressione indiretta sul sempre più ristretto nucleo di lavoratori garantiti. Se il salario non viene regolato all'interno dei meccanismi dell'accumulazione e della produzione come ai tempi del modello fordista, allora si potrebbe dire che viviamo in una situazione pre-fordista, una situazione ottocentesca in cui la dinamica salariale dipende dall'andamento demografico, cioè dai livelli dell' offerta di lavoro e della popolazione attiva.
La flessibilità tecnologica e la flessibilità salariale, così come vengono attualmente gestite dalle imprese, hanno dunque un effetto paradossale. Da un lato vi è una pressione sempre più forte sul ristretto numero degli occupati in termini di allungamento dell'orario di lavoro, dall'altro si assiste a una costante perdita non tanto del potere d'acquisto quanto delle forme di distribuzione dei guadagni di produttività. Si ha cioè un impoverimento relativo di coloro che godono di un reddito da lavoro. Ciò innesca un circolo vizioso, che favorisce la crescita della disoccupazione tramite la stagnazione della domanda 20. Lo spazio per una politica tradizionale di stampo keynesiano diventa inesistente, e dunque diventa ragionevole pensare a una combinazione tra riduzione dell'orario di lavoro e reddito di cittadinanza. La garanzia di un reddito di cittadinanza indipendente dalla prestazione lavorativa è un'ipotesi che fuoriesce dalla logica dell'accumulazione produttiva per operare sul più vasto piano sociale. Per evitare che il salario si riduca a puro e semplice elemento di sussistenza anziché di affrancamento e strumento di libertà individuale, occorre che la dinamica salariale (sia diretta che eterodiretta) diventi una questione sociale regolata sul piano della distribuzione sociale del reddito.
Si può allora pensare a un salario diviso in due componenti: una prima componente che viene contrattata sulla base delle relazioni industriali e dei rapporti di forza esistenti, ed una seconda componente, denominata appunto 'reddito di cittadinanza', che venga garantita a tutti gli individui in quanto cittadini, indipendentemente dalla posizione sociale o professionale rivestita 21. In questo senso riduzione d'orario e 'salario sociale' rappresentano le due facce della stessa medaglia. Reddito di cittadinanza significa che ogni cittadino, occupato o no, riceve un reddito finanziato per via fiscale, sufficiente a coprire i suoi bisogni di base. Tale definizione è importante non soltanto per quanto afferma, ma soprattutto per quanto esclude. Infatti, con questa definizione, si escludono quattro orientamenti di misure di politica sociale. 22
Primo: il reddito di cittadinanza non può essere rivolto a specifici gruppi, quali poveri, i giovani, i vecchi. Non deve far parte dei tradizionali sistemi di sicurezza sociale, quali le pensioni di anzianità, ma deve coprire tutti i cittadini. Il reddito di cittadinanza, infatti, fa riferimento al principio della cittadinanza piuttosto che a quello del lavoro e della famiglia. Secondo: la titolarità del reddito di cittadinanza non è condizionata dai mezzi di cui godono la persona o i membri della sua famiglia (mezzi che dipendono sia dal mercato del lavoro sia dal risparmio o dalla proprietà). Terzo: il reddito di cittadinanza è finanziato non attraverso contribuzioni derivanti dal rapporto di lavoro, ma per via fiscale. Quarto: non può essere minimo nel senso in cui si parla di un livello minimo sufficiente, come nel caso dell'imposizione negativa sul reddito. Il reddito di cittadinanza deve essere sufficiente nel senso di essere modesto ma sufficiente per far condurre una vita normale nella società.
Il problema principale del reddito di cittadinanza è il suo finanziamento. Come si è detto, tale finanziamento deve avvenire tramite la fiscalità generale. È chiaro che il reddito di cittadinanza sostituisce tutte le forme dirette ed indirette di sostegno alle famiglie, senza tuttavia sostituirsi ai servizi sociali di primaria utilità (istruzione, sanità, giustizia, ecc.). Occorre verificare, per quanto riguarda i margini di gestione delle entrate fiscali e della spesa pubblica, gli spazi di azione esistenti nella realtà italiana. In secondo ordine, occorre considerare che il reddito di cittadinanza non è in contraddizione con la prestazione lavorativa nel senso che non la esclude. Aumenta solo il potrere contrattuale di coloro che per godere di un reddito da lavoro sono costrette a contrattazioni individuali assai sfavorevoli ed il cui campo di scelta è assai ridotto. Ciò dovrebbe consentire una selezione dei diversi contratti di lavoro, che si basano proprio sulla necessità del bisogno. Ne dovrebbe conseguire un aumento di produttività, in grado di finanziare nel medio-lungo periodo lo stesso reddito di cittadinanza (vedi la nota 6).
La riduzione dell'orario di lavoro La riduzione generalizzata dell'orario di lavoro è la soluzione di cui oggi principalmente si discute fra quanti non credono alla farmacopea ufficiale. Occorre ricordare che questa idea ("lavorare meno, lavorare tutti") ha due significati, che spesso vengono confusi. Entrambi discendono dall'osservazione che il lavoro socialmente necessario per produrre una data quantità di merci è diminuito e continua a diminuire: ne è prova la crescita stessa della disoccupazione. Di qui due prospettive, non coincidenti. La prima è quella di sfruttare la tecnologia disponibile per risparmiare lavoro anziché lavoratori, di rovesciare il rapporto attuale fra macchine e lavoro vivo. La seconda è quella di redistribuire il tempo di lavoro al fine di riassorbire la disoccupazione.
Circa la prima prospettiva (che è quella di Lafargue e di Keynes) 23 basti notare qui che senza dubbio è questa la strada da intraprendere senza esitazione da parte di quanti hanno a cuore la propria e l'altrui libertà. Tuttavia è una strada lunga e difficile per molte ragioni, alcune delle quali indicate dallo stesso Keynes. Dovrà esserci un elevato tasso di accumulazione del capitale. Non dovranno esserci conflitti civili, guerre e incrementi demografici eccezionali. Non devono crescere oltre misura i bisogni relativi, quei bisogni che esistono soltanto in quanto la loro soddisfazione ci fa sentire superiori ai nostri simili. Bisogna saper cantare e voler partecipare al canto, desiderare di fare cose diverse da quelle che fanno di solito i ricchi di oggi, essere disposti a dividere il "pane", considerare spregevole l'amore per il denaro. In altre parole, si deve aspettare che il 'problema economico' sia già stato risolto.
Il secondo modo di guardare alla riduzione dell'orario di lavoro vi vede un modo per aumentare il numero degli occupati. È questa una prospettiva che certamente va coltivata anche nell'immediato, tuttavia ha dei limiti e vi si oppongono difficoltà di cui si deve tenere conto, se si vuole che questa soluzione sia efficace e non contraddica a quella di lungo periodo. Una politica di riduzione dell'orario di lavoro (a parità di salario) suscita ovvie resistenze da parte dei capitalisti, e comunque potrebbe essere praticata (per via legislativa) soltanto in una parte minore del sistema produttivo.
L'aritmetica della riduzione dell'orario di lavoro L'esperienza secolare dei principali paesi industrializzati indica una tendenza alla riduzione dell'orario annuo medio annuo (e anche settimanale) dell'orario di lavoro. La soglia delle 40 ore sembra oggi invalicabile 24.
Orario annuo di lavoro in Italia, 1891 - 1994

La Francia (con la Germania) è il paese in cui il dibattito accademico e sindacale sulla riduzione di orario è stato più vivace. In Francia, oltre ai contributi recenti di Gorz e Aznar, bisogna ricordare il lavoro ormai ventennale di Dominique Taddei, che si raccoglie nella formula delle 2R: Riorganizzazione e Riduzione 25. Secondo Taddei la riorganizzazione del processo produttivo che spesso si accompagna ad una riduzione di orario può far aumentare la produttività degli impianti e quella totale, e quindi può avere come effetto una riduzione del costo medio unitario dei prodotti. Questa possibilità è notevole per le imprese che lavorano ancora a turno unico e in cui non si lavora il sabato. Molte medie imprese italiane in settori assai diversi (tessile, meccanico, commercio) stanno già utilizzando questo strumento, che appare efficace soprattutto a fronte di una domanda crescente e quindi nella fase espansivo del ciclo economico. In Germania l'esperienze più nota è quella della Volkswagen, in cui la riduzione di orario a 28 ore, con riduzione salariale meno che proporzionale, ha consentito di conservare circa 30.000 posti di lavoro. Si tratta di una formula che ha avuto grande efficacia in una fase di recessione: è una misura di tipo 'difensivo'.
Qui di seguito si esaminano due problemi specifici: la possibile perdita di competitività dell'industria italiana in seguito ad una riduzione di orario generalizzata a 35 ore settimanali; la fattibilità di misure di incentivazione della riduzione di orario mediante sgravi degli oneri contributivi a carico del datore di lavoro (riduzione di orario sulle prime 35 ore settimanali e incrementi sulle restanti ore). In entrambi i casi si simula la riduzione di orario utilizzando un modello che deriva dalle tavole intersettoriali dell'economia italiana dell'ISTAT.
Riduzione di orario e competitività. Se una riduzione di orario generalizzata e della stessa percentuale coinvolgesse i principali partner commerciali dell'Italia, le condizioni di competitività di prezzo dei beni scambiati sui mercati internazionali non ne risentirebbero. Ma quale sarebbe la potenziale perdita di competitività per le imprese dei diversi settori, se la sola Italia attuasse una riduzione generalizzata a 35 ore settimanali a parità di salario? Assumendo un salario annuo invariato, si valuta qui l'impatto della riduzione di orario sia sul versante della possibile occupazione aggiuntiva, sia per quanto riguarda gli aumenti dei costi che deriverebbero dall'incremento del salario orario e dalle nuove assunzioni. Va precisato che si valuta il possibile impatto negativo di una riduzione di orario sui costi e quindi sulla competitività di prezzo nelle condizioni 'peggiori'. Il modello fornisce sia l'effetto diretto dell'aumento del salario orario sul prezzo di produzione del settore in cui vi è una riduzione di orario, sia l'effetto indiretto, dovuto all'aumento dei prezzi dei beni intermedi acquistati presso altri settori. Si suppone inoltre che: gli utili lordi di impresa sono indicizzati e quindi costituiscno una percentuale costante del fatturato, (idem per le imposte indirette); i costi non salariali sono una percentuale fissa del costo del lavoro totale; la riduzione di orario non si applica alla Pubblica Amministrazione e all'agricoltura e riguarda i soli lavoratori dipendenti; le imprese rivedono i listini ogni sei mesi e con questo ritardo trasferiscono agli altri settori i maggiori oneri. Le riduzioni di orario considerate sono su base annuale.
Il primo scenario riguarda una riduzione generalizzata a 1600 ore, in pratica circa 35 ore settimanali. Per l'economia nel suo complesso si hanno circa 860.000 unità di lavoro standard aggiuntive 26, con un potenziale inflazionistico del 4,4% (è questo l'effetto finale quando i costi legati alla nuova occupazione hanno completato tutti i passaggi nel sistema intersettoriale). L'impatto diretto, dopo sei mesi, è assai minore. L'impatto negativo sulla competitività di prezzo nei vari settori è modesto 27, e facilmente riassorbibile.
La riduzione di orario e gli aumenti di produttività. La ragione principale per cui è possibile che misure di riduzione dell'orario di lavoro abbiano effetti assai contenuti, o addirittura nulli, sui prezzi di produzione emerge quando ci si colloca in un contesto dinamico in cui prodotto e produttività aumentano anno dopo anno, a parità di monte ore. Si supponga che la produzione e la produttività aumentino anno dopo anno e che si decida di attuare una riduzione dell'orario di lavoro a 1600 ore, in modo tale da non avere aumenti dei prezzi unitari di produzione. Se nei singoli settori a parità di monte ore il prodotto aumenta nella percentuale indicata per i prezzi, viene meno ogni effetto di aumento dei prezzi unitari di produzione, dal momento che i maggiori costi si ripartiscono su una produzione aumentata. Il modello ci dice di quanto deve aumentare la produzione affinchè non ci siano aumenti dei prezzi unitari in seguito a una riduzione dell'orario. I risultati del modello possono anche essere interpretati nel senso che l'aumento potenziale dei prezzi di produzione indica quale parte dell'incremento di produttività è necessario impegnare per evitare aumenti dei prezzi unitari e quindi effetti negativi sulla competitività. L'aumento necessario è del 4,4%.
Un aumento del 4.4% sembra elevato, ma va notato che questo risultato si riferisce all'effetto finale, dopo circa tre anni e soprattutto nello scenario in cui la riduzione di orario a 1600 ore annue avviene immediatamente, tutta insieme, ad esempio al 1° gennaio 1998. Supponiamo di scaglionare la riduzione di orario in quattro anni (un'ora all'anno). Questo significa, ad esempio, che nel corso del 1998 l'orario medio dei vari settori deve scendere a 1700 ore annue. Per l'intera economia l'impatto diretto di una riduzione di un'ora è dello 0.5% 28. Questo è l'ordine di grandezza dell'incremento di produttività che deve essere utilizzato per annullare gli effetti teorici dell'aumento dei prezzi di produzione dovuti alla riduzione dell'orario di lavoro. Questo è lo scenario conseguente a una riduzione graduale dell'orario di lavoro, concordata fra le parti sociali in maniera tale che gli aumenti di produttività vengano utilizzati, almeno in parte, per ridurre l'orario di lavoro senza perdita di competività 29.
Incentivi fiscali alla riduzione di orario. Con un secondo tipo di scenario si possono verificare gli effetti di un'ipotesi di riduzione dell'orario di lavoro alla Rocard, cioè con diversa modulazione degli oneri contributivi sulle ore di lavoro. Nell'ipotesi di Rocard sulle prime 32 ore settimanali di lavoro di ogni lavoratore, le imprese godrebbero di uno sgravio contributivo, mentre sulle ore comprese fra le 32 e le 40 vi sarebbero maggiorazioni crescenti dei contributi. Non vi è obligo per le imprese a ridurre l'orario di lavoro. Qui si suppone una riduzione di 5 punti percentuali, applicata all'incidenza media di settore degli oneri sociali sulle prime 35 ore settimanali per tutti i lavoratori dipendenti, con un aggravio sulle successive ore lavorate. In diverse ipotesi circa il comportamento delle imprese alla nuova struttura dei contributi, sono possibili due esiti.
In un primo scenario le imprese non riducono gli orari settimanali e quindi sopportano un onere notevole sulle ore successive alla trentacinquesima. La maggiorazione contributiva serve a lasciare inalterato il bilancio dello Stato per la voce oneri sociali. Ovviamente in questo caso non vi è aumento di occupazione. Va detto che la rimodulazione degli oneri contributivi modifica sostanzialmente le condizioni di costo del lavoro per le imprese e sembra verosimile che soprattutto in presenza di un aumento della domanda si abbiano riduzioni di orario e nuove assunzioni. Nel secondo scenario si suppone che gli sgravi contributivi si diano solo per le imprese che effettivamente riducono l'orario di lavoro settimanale e aumentano l'occupazione. Se tutte le imprese riducono gli orari a 1600 ore annue, circa 35 ore e mezzo settimanali, si ha una riduzione, seppur modesta, dell'incidenza media degli oneri sociali e quindi una perdità per il bilancio statale. In sostanza imprese e Stato si dividono i costi dei nuovi assunti, pari a circa 800.000 unità di lavoro standard. Questo è il massimo aumento teorico di occupazione, conseguente a una riduzione così incentivata. L'incremento effettivo di occupazione potrà essere inferiore se le imprese preferiscono sopportare costi maggiori per le ore oltre la trentacinquesima, oppure riducono la produzione. Conviene peraltro ricordare che la riduzione della disoccupazione implica un risparmio nelle spese per oneri sociali 30.
Potenzialità e limiti della riduzione di orario. I modelli economici o econometrici che sono stati utilizzati per valutare gli effetti sulla occupazione di una riduzione dell'orario di lavoro forniscono gli esiti più disparati, a seconda della specificazione della funzione di domanda di lavoro. Secondo alcuni gli effetti sarebbero nulli o addirittura negativi, secondo altri la riduzione dell'orario di lavoro risolverebbe il problema della disoccupazione. Quel che certo è che di per sè la riduzione dell'orario di lavoro ha effetti limitati nel breve periodo, e che la sua efficacia dipende dall'insieme delle misure di accompagnamento. Si tratta dunque di un problema politico, non aritmetico.
Alcuni punti sono però ormai fermi. Se il premio di straordinario è basso e la parte non salariale del costo del lavoro e i costi di assunzione e di licenziamento sono elevati le imprese ricorrono agli straordinari e non assumono. La riduzione di orario è più efficace se è accompagnata da incentivi fiscali a loro volta 'legati' all'aumento dell'occupazione. Nel lungo periodo gli orari di fatto tendono a adeguarsi a quelli contrattuali, dunque riduzioni generalizzate mitigano gli effetti negativi sull'occupazione di aumenti della produttività. La riduzione è assai utile per conservare l'occupazione esistente, come alternativa ai prepensionamenti e alla cassa integrazione (è questo il modello Volkswagen). Riduzioni di orario generalizzate non escludono quelle di settore e aziendali: ormai molte imprese, anche medio-piccole, hanno orari di 32 ore settimanali.
La riduzione generalizzata dell'orario di lavoro non è la panacea della disoccupazione; si riferisce a una parte soltanto delle imprese; non affronta in modo esplicito il problema del lavoro autonomo e eterodiretto; sicuramente la disoccupazione meridionale va affrontata con strumenti diversi. Tuttavia pone una questione importante e ne indica un principio di soluzione: come ripartire i guadagni di produttività, nelle forme attuali dell'organizzazione del lavoro, in termini di tempo anzichè di reddito. Almeno in questo senso, la riduzione dell'orario di lavoro può essere un ingrediente essenziale di una politica per l'occupazione. D'altra parte deve essere chiaro che una riduzione dell'orario di lavoro, nella misura di cui si parla oggi in Europa ed in Italia, non comprometterebbe la competitività di prezzo del sistema. È per lo meno sommario sostenere che le riduzioni di orario di cui si discute oggi in Europa ed in Italia sarebbero insieme inutili e dannose.
Disoccupazione e bisogni sociali. Nella società capitalistica vi è una doppia contraddizione:

Alla produzione di merci corrisponde il lavoro direttamente salariato o eterodiretto, e spesso la nostra attenzione si ferma a considerare soltanto questo rapporto. L'altra faccia della disoccupazione è costituita dai bisogni sociali insoddisfatti, che principalmente si danno nella sfera della riproduzione sociale. Il lato negativo, duale, del rapporto fra produzione di valori di scambio e lavoro astratto è il rapporto tra bisogni che il capitale non soddisfa e lavoro che il capitale non impiega. Alla razionalità del mercato corrisponde, fuori dal mercato, la contraddizione fra penuria e spreco. Questa doppia contraddizione è intrinseca al modo capitalistico di produzione. Ma se viene meno la corrispondenza fra dinamica della produzione di merci e dinamica dell'occupazione, la doppia contraddizione diventa economicamente e politicamente disastrosa. Crescono insieme il lavoro sprecato e i bisogni sociali insoddisfatti.
La produzione di merci si arresta non quando i bisogni sono soddisfatti, ma quando la realizzazione del profitto impone questo arresto. Con altre parole, dice la stessa cosa Luigi Einaudi: "sul mercato si soddisfano domande, non bisogni". La soluzione di questo problema - troppe merci, poco lavoro - andrà perciò cercata anche al di fuori della dimensione mercantile della società. Nel quadro di una articolata politica per la piena occupazione, si dovranno promuovere e organizzare lavori concreti (in contrapposizione al lavoro astratto impiegato nella produzione di merci), lavori destinati immediatamente alla produzione di valori d'uso, lavori di pubblica utilità che non siano meri ammortizzatori sociali, ma lavori capaci di soddisfare i bisogni sociali che la produzione di merci non soddisfa.
In questa prospettiva, la funzione dello Stato torna a essere insostituibile, e l'azione più importante dello Stato, secondo l'indicazione di Keynes ne La fine del laissez-faire, si riferisce non a quelle attività che gli individui privati esplicano già sul mercato, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d'azione degli individui e del mercato, a quelle decisioni che altrimenti nessuno prende, a quanto altrimenti non si fa del tutto. Si tratta dunque di destinare parte del sovrappiù realizzato nella produzione di merci alla messa in moto non di lavoro improduttivo destinato al soddisfacimento di bisogni relativi, ma alla promozione di lavori immediatamente destinati alla soddisfazione dei bisogni sociali assoluti. Lavori prestati non nella sfera della produzione di merci ma nella sfera della riproduzione sociale e della manutenzione almeno dell'ambiente. Principalmente lavori di cura, in senso lato, delle persone e della natura 31.
Caratteristiche dei lavori concreti. Per definizione e a differenza del lavoro astratto, i lavori concreti sono ad alto contenuto di lavoro. Non per questo richiedono tecnologie primitive. Al contrario, essi possono richiedere tecnologie e innovazioni d'uso raffinate. Non sono lavori servili, anzi richiedono capacità, professionalità, sensibilità per la soluzione dei problemi piuttosto che tendenza alla ripetitività delle mansioni e dei compiti. Mentre il lavoro astratto socialmente necessario dipende dalle tecniche di produzione adottate nella produzione di merci e si scambia sul mercato del lavoro, i lavori concreti dipendono dai bisogni sociali, questi sì inesauribili, e si scambiano non su un mercato ma nella società 32. Robot e lavoratori non sono necessariamente destinati a sostituirsi gli uni agli altri lungo un isoquanto dato.
In quanto intesi al soddisfacimento di bisogni sociali, i lavori concreti hanno di necessità una dimensione territoriale ben precisa e richiedono e impongono forme democratiche di rilevazione e controllo locale della domanda e di organizzazione decentrata dell'offerta. I lavori concreti non sono esposti alla concorrenza internazionale e devono rispondere a criteri di efficacia piuttosto che di efficienza competitiva. A parità dei salari monetari che la congiuntura capitalistica e i rapporti fra capitale e lavoro salariato consentono, i valori d'uso prodotti dai lavori concreti comporterebbero un aumento dei salari reali, senza intaccare i profitti e senza avere effetti inflazionistici.
Non dovrebbero esserci ostacoli insormontabili come quelli indicati da Kalecki: l'avversione dei 'dirigenti industriali' per l'interferenza pubblica nel campo del lavoro, l'avversione per la spesa pubblica in investimenti pubblici o sussidi al consumo, l'avversione per i mutamenti sociali e politici conseguenti alla piena occupazione. Per il lavoro astratto, infatti, i lavori concreti non sarebbero un onere ma un arricchimento, poiché producendo valori d'uso servono direttamente a soddisfare i bisogni sociali, ma indirettamente servono anche a migliorare le condizioni e la stessa produttività dei valori di scambio prodotti dal lavoro astratto. I due settori qui prefigurati, il settore del lavoro astratto che produce merci e dunque sovrappiù capitalistico e il settore dei lavori concreti destinati al soddisfacimento dei bisogni sociali, vanno pensati come due settori distinti ma non separati. Si potrebbe parlare di produzione di merci e di valori d'uso a mezzo di valori d'uso e di merci (entrambi 'prodotti base').
Questo disegno è concettualmente semplice, mentre non lo è una sua realizzazione. Almeno due problemi vanno menzionati: come finanziare i lavori concreti, e come amministrare i rapporti fra i due settori.
Come finanziare e governare i lavori concreti. Per quanto riguarda il primo problema, almeno in una prima fase l'unica via è quella del trasferimento fiscale. Un aumento della pressione fiscale media è impensabile nella forma di un aumento delle aliquote, mentre lo è, su scala nazionale e su scala internazionale, in termini di lotta all'evasione e all'elusione. Occorre fare una scelta fra le tre grandi classi di reddito: salari, profitti e rendita, che oggi è eminentemente rendita finanziaria. La scelta non può cadere che sulla rendita, che frena l'accumulazione di capitale, contrasta l'eventuale crescita dell'occupazione, si appropria dei guadagni di produttività e distorce i modelli di consumo. È vero che profitto e rendita sono intrecciati, tuttavia il profitto può sopravvivere senza rendita, mentre non è vero il contrario.
Per quanto riguarda il secondo problema (il governo dei due settori, dei loro rapporti, e dell'area mobile in cui si intersecano), si può ricordare che le due forme estreme di gestione dell'economia sono il Mercato e il Piano. Un criterio ragionevole per decidere quale preferire, o per escluderle entrambe, è chiedersi quale forma di riproduzione sociale consente o impone ciascuna delle due forme di governo dell'economia e della società. In realtà l'esito è lo stesso. In tutti e due i casi, lasciar fare al mercato o consegnarsi al dittatore, casi equivalenti dal punto di vista della teoria economica, i rapporti fra uomini sono autoritariamente ridotti a rapporti fra cose. Una via di uscita è indicata dal Keynes de La fine del laissez faire: "Credo che in molti casi la dimensione ideale per l'unità di controllo e di organizzazione stia in un punto intermedio fra l'individuo e lo Stato moderno. Io opino perciò che il progresso sta nello sviluppo e nel riconoscimento di enti semiautonomi entro lo Stato, enti il cui criterio di azione entro il proprio campo sia unicamente il bene pubblico come essi lo concepiscono, e dalle cui deliberazioni siano esclusi motivi di vantaggio privato".
***
Queste pagine sono soltanto spunti per un ragionamento più complessivo e aperto su come si possa uscire dalla situazione in cui ci troviamo, una situazione pericolosa economicamente e socialmente. Probabilmente si tratta di disegnare un diverso modello di sviluppo, che io credo debba essere un modello di sviluppo economico e di assetto sociale di benessere nella sobrietà. Certamente è questo un problema di economia politica, che a sua volta è una miscela di teoria economica e di arte del governo. Saranno dunque benvenuti i commenti dei lettori di questa Rivista.
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Summary: "Heretical" Policies for Employment
In recent years the stable and biunivocal coupling of the production of commodities and the employment of living human labour has changed. It is still true that if production declines, employment falls, but the opposite, if production recovers then employment also recovers, is no longer true. This stylised fact demands an answer to three questions: What are its causes ? How can the existing employment be maintained ? and What should be done with the unemployed ? This paper presents some "heretical" proposals which have been recently put forward as partial remedies for unemployment: the basic income, the reorganisation of working time and the socially useful jobs. All three may be combined in a global project whose basic fourth element is a real industrial policy. The heresy lies in the well founded principle that the causes of unemployment, and then its remedies, must be sought not only in the labour market but in the economic and social system on the whole.
Note:
* Con Marina Murat e Luisa Rosti (politica industriale), Andrea Fumagalli (reddito di cittadinanza), Gianni Vaggi (riduzione dell'orario di lavoro), che presso il Dipartimento di economia politica e metodi quantitativi dell'Università di Pavia con me compongono il gruppo sulle Politiche eretiche per l'occupazione, nell'ambito del Progetto strategico CNR "Disoccupazione e basso livello di attività in Italia: cause specifiche e rimedi adeguati".
1. Cfr. Lunghini (1993, 1995, 1997).
2. L'incremento del prodotto, negli ultimi vent'anni e nella maggior parte dei paesi industrializzati, è derivato per tre quarti da aumenti della produttività totale (a loro volta risultanti soprattutto dall'introduzione di tecnologie ad alto risparmio di manodopera), per un quarto da aumenti degli investimenti (United Nations, 1993).
3. Lo stesso Keynes era incerto circa le implicazioni di politica economica della Teoria generale. Nell'articolo del 1937 (Keynes, 1937, trad. it. 1991), Keynes scrive: "Questa che io propongo è una teoria che spiega perché la produzione e l'occupazione siano così soggette a fluttuazioni; essa non offre una soluzione bell'e pronta al problema di come evitare queste fluttuazioni e mantenere costantemente la produzione a livello ottimale. Ma essa è, propriamente parlando, una teoria dell'occupazione in quanto spiega perché in ciascuna circostanza, l'occupazione è quella che è. Naturalmente io sono interessato non solo alla diagnosi ma anche alla cura, e a questa sono dedicate molte pagine del mio libro. Tuttavia ritengo che, per quanto riguarda la cura, le mie proposte, le quali, lo riconosco apertamente, non sono sviluppate in modo compiuto, si collochino su un piano diverso da quello della diagnosi. Non pretendono di essere definitive. Dipendono da molte ipotesi particolari e sono inevitabilmente riferite alle condizioni del momento". Keynes qui lascia intendere, verosimilmente, che la soluzione di lungo periodo era quella indicata nel capitolo della Teoria generale sulla Filosofia sociale verso la quale la teoria generale potrebbe condurre (Keynes, 1937, trad. it. 1991): "I difetti più evidenti della società economica nella quale viviamo sono l'incapacità a provvedere un'occupazione piena e la distribuzione arbitraria e iniqua delle ricchezze e dei redditi". Di qui una ricetta con tre ingredienti: una politica fiscale di alte imposte di successione, l'eutanasia del rentier (dell'investitore senza funzioni) e di conseguenza l'eutanasia del potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale, una socializzazione di una certa ampiezza dell'investimento.
4. Cfr. Pini (1997).
5. Cfr. Bean (1994).
6. Molti sostengono che il 'fatto stilizzato' tracciato sopra sarebbe smentito dalla dinamica dell'occupazione negli Stati Uniti, dove la 'flessibilità' del mercato del lavoro avrebbe consentito la creazione di molti nuovi posti di lavoro. Se si ragiona in termini di 'disoccupazione vera', sia la crescita dei posti di lavoro sia l'efficacia di una politica di 'flessibilità' vengono ridimensionate. La disoccupazione 'vera', secondo un suggerimento di J. Robinson, si ottiene sommando alla disoccupazione ufficiale la disoccupazione nascosta (Eatwell, 1995). La disoccupazione nascosta, d'altra parte, è definita come quella parte dell'occupazione totale che dipende non dal livello della domanda effettiva, ma dall'offerta di lavoro in settori protetti o a produttività molto bassa, in situazioni nelle quali non sono disponibili altri mezzi di sussistenza. Se si tiene conto di ciò, il tasso di disoccupazione 'vera' negli Stati Uniti supera di molto quello della Germania ed è paragonabile a quello della Francia e del Regno Unito. Il tasso più elevato di disoccupazione 'vera' si ha in Canada, ma subito dopo, contro un radicato luogo comune, viene il Giappone.
7. Un'importante argomentazione teorica di questo punto ("A causa del progresso tecnico vi è una tendenza a generare disoccupazione tecnologica - se nel frattempo non avviene niente altro.") si trova in Pasinetti (1993). Circa l'interazione tra disoccupazione tecnologica e disoccupazione da 'insufficienza di domanda' nella genesi della disoccupazione, vedi Sylos Labini (1997). L'equazione di Sylos Labini evoca la generalizzazione marxiana del capitolo di Ricardo On Machinery: le variabili fondamentali (il rapporto tra costo unitario del lavoro e prezzi dei prodotti finiti, e il rapporto tra salari e prezzi delle macchine) corrispondono alle definizioni marxiane di saggio di plusvalore e di composizione organica del capitale. Dall'equazione di Sylos Labini risulta evidente che la stessa dinamica della domanda dipende dal cambiamento tecnico, in quanto i salari sono anche redditi.
8. È stato stimato che prima del collasso del sistema di Bretton Woods circa il 90 per cento di tutte le transazioni in valuta estera servivano a finanziare il commercio o investimenti a lungo termine, e solo per il 10 per cento erano a breve termine. Oggi le percentuali si sono invertite: per oltre il 95 per cento si tratta di transazioni a breve termine. Le transazioni speculative di un solo giorno superano l'ammontare delle riserve valutarie complessive di tutti i paesi G-7 (vedi l'articolo di Eatwell (1995)).
9. Circa il prezzo e il costo della forza lavoro, vedi le considerazioni di Pasinetti (1993, pp. 197 e segg.) :"Se il lavoro viene posto sul mercato senza protezioni e viene commerciato come una qualsiasi altra merce, possiamo solo attenderci che il meccanismo concorrenziale dei prezzi di mercato conduca esattamente a ciò che conduce nel caso di ogni merce: ossia conduca il 'prezzo' verso il costo di produzione. Nel caso del lavoro, il costo di produzione è il salario di sussistenza: questo è ciò che il meccanismo competitivo dei prezzi di mercato conseguirebbe. Gli 'imprenditori' otterrebbero quindi tutto quanto risulta al di sopra della sussistenza ('sfruttamento'). [...] Sussiste effettivamente una necessità istituzionale di impedire che il sistema economico cada in una situazione nella quale il meccanismo concorrenziale dei prezzi di mercato agisca sul salario unitario nello stesso modo in cui agisce sui prezzi delle merci. La verità è che il lavoro potrebbe essere oggetto di commercio, come ogni altra merce, solo in una società di tipo schiavista. In un qualsiasi sistema economico moderno, il lavoro non è una merce, proprio perché le nostre istituzioni sono state concepite in modo tale da non consentire che il lavoro venga commerciato come una merce. [...] Nel caso dei salari, non desideriamo affatto un salario unitario che rispecchi il costo di produzione del lavoro. Desideriamo un salario unitario che attribuisca a ciascun lavoratore la sua quota di reddito nazionale." Pasinetti mostra anche come la nozione stessa di curva di domanda aggregata di lavoro sia teoricamente fragile. Per tracciare la funzione di domanda di lavoro per il singolo produttore, è necessario ipotizzare una struttura dei prezzi data nel sistema economico. Il salario unitario, tuttavia, non può essere assimilato al prezzo di una qualsiasi merce. Al singolo imprenditore, il salario unitario appare come il prezzo di qualsiasi merce, e in effetti egli lo tratterà come se fosse tale. Ma il salario ha anche l'altro aspetto cruciale, dal punto di vista dell'intero sistema economico: esso rappresenta reddito pro capite, e il reddito pro capite è la base per esercitare la domanda. Ciò significa che, sebbene possa essere significativo pensare che un singolo imprenditore accresca la sua domanda di lavoro di fronte a una riduzione del salario, non ha senso asserire che la domanda complessiva di lavoro aumenta se si verifica una riduzione del salario, ad una data struttura dei prezzi. Se il salario viene ridotto, ciò implica che si riduce il reddito e quindi la domanda complessiva, il che intacca la base su cui si suppone si fondasse l'originale domanda di lavoro. La conclusione è che una funzione aggregata di domanda di lavoro con pendenza negativa non si può costruire. Il meccanismo dei prezzi di mercato, se applicato al 'mercato del lavoro', non è in grado di assicurare la piena occupazione, semplicemente perché un 'mercato del lavoro' non può soddisfare le condizioni base di un 'mercato' inteso nel modo tradizionale.
10. E' interessante notare che in alcune regioni del Nord Est, come il Veneto, la rapida crescita degli ultimi anni ha avuto un effetto negativo sulla durata del periodo dedicato dai giovani allo studio: l'ingresso nel mondo del lavoro avviene più precocemente rispetto agli anni passati, meno giovani si iscrivono all'Università.
11. Chelli - Rosti (1997).
12. L. 215/1992 (imprenditorialità femminile); l. 488/1992 (imprenditorialità di qualsiasi tipo); l. 236/1993 (imprenditorialità giovanile al Sud); l. 95/1995 (imprenditorialità giovanile -ex 44/1986); l. 341/1995 (imprenditorialità di qualsiasi tipo); l. 608/1996 (lavoro autonomo).
13. Una pubblicazione recente dell'Osservatorio dell'imprenditorialità femminile ne elenca 115. Cfr. Presidenza del Consiglio dei Ministri (1997).
14. Cfr. Croce (1997), Ciravegna (1995).
15. Cfr. Battistin - Gavosto - Rettore (1997).
16. Cfr. CEDEFOP (1990).
17. Ciò conferma i risultati di molte ricerche empiriche che hanno sottolineato la relativa frequenza di questo percorso "di carriera" che arriva al lavoro in proprio dopo aver accumulato esperienza nel lavoro dipendente. Cfr., ad esempio, Solinas (1996).
18. Al riguardo si rimanda ai risultati della Commissione Onofri sulla riforma dello Stato Sociale in Italia.
19. Su questi temi si rimanda a Bologna (1995) e Bologna - Fumagalli (a cura di)(1997).
20. Sulla crisi del modello fordista di accumulazione e crescita, vedi Pini (1996).
21. Per un approfondimento di questi temi, si veda Fumagalli (1996).
22. Cfr. Offe (1989).
23. Si vedano Lafargue (1971) e Keynes (1991).
24. Cfr. Cacace (1997). Negli Stati Uniti l'andamento dell'orario medio di lavoro settimanale dal 1830 ad oggi è simile; vedi Bentivogli - Sestito (1997). Vedi anche Vivarelli (1996).
25. Si veda Aznar (1993), Cette - Taddei (1994).
26. Questa è l'occupazione teorica che viene liberata dalla riduzione di orario. Le posizioni lavorative possono essere anche di più se si ricorre al part time, così come non è detto che tutta l'occupazione aggiuntiva potenziale si trasformi in nuovi posti di lavoro. È noto che per avere un miglior risultato occupazionale a seguito della riduzione di orario è opportuno avere politiche di accompagnamento e di sostegno.
27. Con le tavole intersettoriali aggiornate al 1995 risulterebbero dati modificati sia per i prezzi che per gli occupati rispetto a quelli del 1988. L'ordine di grandezza delle modificazioni dovrebbe comportare una diminuzione di circa il 10 sia per i prezzi che per gli occupati.
28. Questo può essere ragionevolmente ritenuto l'impatto nel corso del primo anno, se la riduzione di orario avviene in corso d'anno e non tutta all'inizio. Se invece si suppone che la riduzione di orario di un'ora avvenga all'inizio dell'anno il potenziale inflazionistico per l'economia sarebbe di circa lo 0.8%.
29. Cfr. Jossa (1995).
30. I costi diretti della disoccupazione (CIG, mobilità, indennità e prepensionamenti) ammontano a circa 12.000 miliardi. Vedi Vaggi - Canzi (1996).
31. Qualche esempio di settori nei quali potrebbero essere messi in moto lavori di pubblica utilità: la protezione del territorio, la tutela ambientale, il restauro e la manutenzione delle città, la conservazione e valorizzazione del patrimonio artistico e culturale. Alcune aree di intervento: bonifiche di aree industriali dismesse; bonifiche dal rischio dell'amianto; tutela degli assetti idrogeologici; risanamento ambientale; aree protette, parchi naturali; beni culturali. Nel campo dei servizi alle persone, i settori sono quelli dell'assistenza agli anziani, dell'assistenza e inserimento dei disabili, della cura dei malati cronici; dell'assistenza e reinserimento dei tossicodipendenti; del reinserimento di fasce della popolazione marginalizzate o discriminate; di servizi alle famiglie, integrativi dell'attività riproduttiva domestica; della sicurezza sul lavoro; e massimamente dell'istruzione, estesa all'intero ciclo di vita degli individui.
32. La tecnologia prevalente rispecchia la forma della distribuzione del reddito. Attualmente il 20% della popolazione mondiale dispone dell'83% del reddito totale, e dunque ha un potere d'acquisto cinque volte superiore a quello del resto dell'umanità. È ovvio che la tecnologia si orienterà secondo le preferenze dei consumatori più ricchi della società internazionale. Cfr. il rapporto delle Nazioni unite citato sopra.
33. Dovrebbe essere chiaro che il settore dei lavori concreti non va confuso con il cosiddetto 'terzo settore' (cooperative, attività che si dicono senza scopo di lucro, volontariato). Circa il cosiddetto terzo settore o 'privato sociale', spesso si dimentica che il 'privato sociale' (volontariato a parte), al pari del settore mercantile soddisfa soltanto i bisogni sociali privatamente vantaggiosi, cioè quelli solvibili. Le cosiddette attività no profit sono interdette dal distribuire i profitti, non dal perseguirli.
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^ GIORGIO LUNGHINI è professore ordinario di economia politica all'Università degli Studi di Pavia, Facoltà di Economia, Dipartimento di Economia Politica e Metodi Quantitativi, Via San Felice 5, 27100 Pavia
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