Economia Politica. Rivista di teoria e analisi



Occupazione, tecnologia e crescita:
quale relazione a livello macroeconomico ? *

di Paolo Pini ^



Il dibattito economico segue spesso consuetudini. Sembra questo il caso delle discussioni relative al trinomio progresso tecnico - crescita - occupazione. Esso ha visto costantemente il confronto tra punti di vista, approcci teorici, modellizzazioni ed evidenze empiriche ancorati a due poli tra loro antagonisti. Da un lato gli ottimisti, che enfatizzano le capacità delle economie di mercato di generare una crescita sufficiente a garantire il pieno impiego delle forze di lavoro anche in virtù del progredire delle conoscenze tecniche; dall'altro i pessimisti, che sottolineano i fallimenti del mercato nel determinare sia il riassorbimento dei lavoratori resi superflui dal progresso tecnico che la creazione di nuovi posti di lavoro per i nuovi entranti sul mercato (1).

Entrambe tali visioni contengono serie limitazioni che ne riducono la valenza esplicativa. Esse condividono infatti un determinismoche le conduce a risultati interpretativi del tutto opposti. La tesi pessimista tende a proiettare all'intero sistema economico "fatti e accadimenti" che riguardano sue specifiche componenti. La tesi ottimista non distingue tra le singole componenti, si affida ad una evidenza macroeconomica interpretandola in termini di equilibrio, a volte adottando una analisi di equilibrio parziale del mercato del lavoro.

E' nostra opinione invece che la valutazione degli effetti occupazionali delle nuove tecnologie non possa che avvenire mediante una analisi della distruzione e creazione delle opportunità occupazionali, riconoscendo che se da un lato il progresso tecnico appare storicamente aver creato più posti di lavoro di quanti ne abbia distrutti, almeno nel lungo periodo, dall'altro il processo di aggiustamento non è mai stato automatico ed immediato, bensì contraddistinto dal manifestarsi di una particolare forma di disoccupazione strutturale che ha cause tecnologiche.

Dal punto di vista teorico, sia gli approcci adottati dal cosiddetto mainstream sia quelli assunti in modelli eterodossisembrano condurci a "riconsiderare" l'utilità interpretativa della categoria disoccupazione tecnologica. I modelli economici attuali appaiono infatti fornire risposte che contrastano con quelle tesi che confidano nella piena compensazionedegli effetti negativi della tecnologia sull'occupazione (2).

Nonostante i risultati raggiunti dalla teoria, la tesi della disoccupazione tecnologica continua tuttavia a trovare numerosi critici (3).

Una delle argomentazioni recentemente avanzate per contestare il ruolo negativo assunto della dinamica della produttività nel determinare le performance occupazionali nei paesi industriali si basa sull'evidenza di un aumento della intensità occupazionale della crescita negli anni in cui maggiormente è cresciuta la disoccupazione. Sinteticamente, viene sostenuto che:
  1. sebbene il ritmo di crescita della produzione sia stato inferiore da metà anni settanta rispetto al decennio precedente,
  2. il tasso di creazione dei posti di lavoro è stato più sostenuto,
  3. e la diminuzione nella crescita del prodotto per addetto sembra aver più che compensato la diminuzione del tasso di crescita della domanda,
  4. per cui non può essere attribuito al progresso tecnico alcuna responsabilità nel determinare la crescita della disoccupazione. Si osserva, così, che la natura tecnologica della disoccupazione non può trovare conferma in ciò che è avvenuto dopo la crisi degli anni settanta, in quanto l'aumento delle persone in cerca di lavoro sul totale della popolazione si è manifestato proprio in presenza di una diminuzione, e non di un aumento, del tasso di variazione della produttività del lavoro in tale periodo. Per cui, altri sono i fattori alla base dell'aumento del tasso di disoccupazione, rintracciabili non tanto sul lato della domanda di beni e/o di lavoro, piuttosto su quello dell'offerta di lavoro (4).

    A questo riguardo, i seguenti quesiti sembrano essere rilevanti:
    1. E' effettivamente mutata l'intensità occupazionale della crescita, intesa come rapporto tra tasso di crescita dell'occupazione e tasso di crescita della produzione, o del valore aggiunto?
    2. E se è mutata, in quale direzione?
    3. E' aumentata negli anni ottanta e novanta, come viene a volte sostenuto (CE, 1994a), oppure è diminuita? Inoltre, tale mutamento assume specifiche di settore, per cui il risultato aggregato dipende anche dalla composizione settoriale delle diverse economie? L'analisi da noi condotta su sette paesi OECD non evidenzia un aumento dell'intensità occupazionale della crescita (Pini, 1997). Sembra anzi emergere una diminuzione di tale intensità. Inoltre, in quei casi in cui si manifesta un aumento dell'intensità occupazionale della crescita, ciò avviene per un arco temporale limitato, attorno alla metà degli anni ottanta, mentre non vi sono conferme per gli anni successivi (5).

      Un ulteriore aspetto è rappresentato dalle specificità settoriali dell'elasticità occupazionale della crescita.

      Per tutti i paesi considerati, sia il settore primario che quello secondario sono caratterizzati in generale da elasticità occupazionali negative, a causa delle perdite occupazionali in tali settori. Sia nel settore primario che in quello secondario, la jobless growth emerge come la caratteristica dominante.

      Il carattere jobless della crescita non appare invece contraddistinguere le performance dei settori terziari, dominando in questo caso elasticità quasi sempre positive tra produzione ed occupazione. Tuttavia aspetti positivi si sommano ad aspetti negativi, dando luogo a performance meno favorevoli di quanto ci si sarebbe potuto attendere.

      In positivo.
      1. L'elasticità occupazionale appare ben più elevata nel complesso dei servizi di quella media dell'intera economia, per cui una quota non irrilevante della crescita si traduce in posti di lavoro.
      2. E' soprattutto nei paesi europei che vi è evidenza di elasticità significativamente più elevate nei servizi rispetto all'intera economia, essendo la prima di 4 volte superiore alla seconda. Ciò è importante in quanto, qualora tale elasticità non diminuisse, una crescita relativa di tali settori assicurerebbe performance occupazionali favorevoli nell'intero sistema. In negativo.
        1. L'elasticità occupazionale della crescita non sembra rimanere costante nel tempo. Essa appare in generale più elevata negli anni settanta rispetto alla fase successiva. Se tale tendenza dovesse affermarsi anche per il futuro, le potenzialità in termini di performance occupazionali offerte dalla crescita di tali settori, anche come compensazione delle dinamiche caratterizzanti i settori industriali, rischierebbero di ridursi significativamente.
        2. Tra i paesi europei, emerge anche una significativa tendenza alla riduzione della elasticità relativa ai servizi non di mercato rispetto a quelli di mercato. Se da un lato, tale risultato può apparire giustificato e apprezzabile qualora ciò si associ ad una crescita di "efficienza" senza comprometterne l'"efficacia", occorre anche segnalare che tali settori hanno svolto un significativo ruolo di compensazione: nella misura in cui la crescita di tali settori in termini di valore aggiunto si riduce, e ciò si associa anche ad una diminuzione della loro elasticità occupazionale, tale ruolo compensativo verrà doppiamente ridotto nel futuro. Al contempo, nei servizi di mercato non sembra emergere una crescita delle elasticità.
        3. Infine, tra i servizi privati, sono soprattutto i servizi finanziari e assicurativi e quelli sociali e personali a mostrare elasticità significativamente elevate, mentre gli altri due aggregati, trasporti e comunicazioni, e commercio e servizi di ristorazione e alberghieri, evidenziano elasticità molto inferiori. Tra il decennio degli anni settanta e gli anni successivi vi è tuttavia evidenza di una diminuzione di tali elasticità anche in tali settori. I precedenti elementi sembrano quindi indicare che si stia affermando nei sistemi economici industriali un regime di crescita a sempre minor contenuto occupazionale, e ciò confermerebbe la tesi di una tendenza alla jobless growth.

          Tra le diverse linee di ricerca che hanno inteso fornire una spiegazione del venir meno del circolo virtuoso della crescita favorevole all'occupazione vi sono due schemi interpretativi che si prestano in modo particolare alla nostra discussione. Tali schemi individuano, infatti, le ragioni della crisi occupazionale nell'indebolirsi di alcuni dei meccanismi di riassorbimento suggeriti dalle teorie delle compensazioni.

          Il primo schema a cui intendiamo fare riferimento è quello sviluppato da Salter e da Baumol per spiegare gli andamenti settoriali ed aggregati della crescita di produttività ed occupazione per le economie industriali, ponendo particolare attenzione alla distinzione tra settori a produttività crescente e settori a produttività stagnante, industria manifatturiera da un lato e servizi dall'altro. Tale approccio è stato ripreso anche recentemente nei lavori di Appelbaum e Schettkat. Tale linea di ricerca enfatizza l'indebolirsi dei meccanismi compensativi, soprattutto mediati dai mutamenti nei prezzi relativi ed assoluti, e quindi nella domanda settoriale ed aggregata.

          Il secondo schema interpretativo, viceversa, affianca a tale meccanismo quello di reddito e si concentra maggiormente sul ruolo assunto dalla sfera distributiva in presenza di rigidità dei prezzi di mercato. Si tratta dello schema di crescita cumulativa della scuola francese delle regolazioni (Boyer, Petit, Coriat), alla cui origine vi sono i lavori di Kaldor e Verdoorn sui rendimenti crescenti di scala e la parziale endogeneità del progresso tecnico.

          In recenti lavori, Appelbaum e Schettkat (1993, 1994, 1995 e 1996) hanno mostrato che le economie industriali si sono allontanate da quel regime degli anni sessanta e settanta caratterizzato da una relazione positiva tra crescita dell'occupazione e crescita della produttività a livello di specifiche industrie, per giungere ad un regime contraddistinto da una relazione negativa tra queste due variabili. Tale transizione ha rappresentato un vero e proprio mutamento strutturale risultante non da shocks esogeni bensì da un processo di sviluppo endogenointervenuto nei sistemi economici. A tale processo ha contribuito in modo significativo la diminuzione delle elasticità di prezzo e di reddito per i prodotti dei settori ad alta crescita di produttività, quali quelli manifatturieri, ed un aumento delle stesse elasticità per quei beni e servizi prodotti da settori a bassa crescita di produttività.

          L'interpretazione della relazione negativa tra crescita della produttività e crescita dell'occupazione settoriali, spesso interpretata in termini di mutamento della composizione settoriale dei sistemi economici - meno industria e più terziario -, viene così ricondotta da Appelbaum e Schettkat al ridursi delle elasticità di prezzo e di reddito per molti beni di produzione di massa al crescere del reddito e della ricchezza accumulata. Benché risulti confermata anche per gli anni ottanta la relazione inversa tra produttività e prezzi, non vi sono riscontri di una conferma della relazione inversa tra prezzi e domanda. Il mutamento dei prezzi relativi a favore dei settori ad elevata produttività non si traduce più in crescita sostenuta della domanda e quindi della produzione, e ciò avviene soprattutto nei settori manifatturieri. Di conseguenza, l'occupazione si espande molto lentamente, qualora non declini addirittura, nei settori ad elevata crescita della produttività. Al contempo, occorre riconoscere che la inferiore crescita della produttività nei settori del terziario ha consentito in questi una crescita a maggiore intensità di occupazione relativa, ed anche un aumento del loro peso relativo nei sistemi economici. Tale processo ha però indebolito il legame tra crescita del reddito e crescita della produttività nell'intero sistema economico, caratterizzato dallo sfruttamento delle economie di scala mediante la produzione di beni di consumo di massa nei settori in espansione ad elevato ritmo di progresso tecnico (Appelbaum - Schettkat, 1995, pp.610-611). La conseguenza è stato un abbassamento del ritmo di crescita dei sistemi economici negli anni ottanta rispetto ai decenni precedenti.

          In tale processo, il diverso assetto istituzionale del mercato del lavoro sembra avere svolto un ruolo non marginale, sia che il mercato del lavoro sia caratterizzato da relazioni industriali centralizzate, sia che esso operi sulla base di contrattazione fortemente decentrata. Nella nuova situazione, tuttavia, tali assetti istituzionali accrescono la loro rilevanza, contribuendo, da un lato, ad ampliare il gap positivo tra retribuzioni e produttività nei settori a basso tasso di progresso tecnico, con effetti negativi sui costi e quindi sui prezzi dei prodotti, sulla domanda e sull'occupazione, e dall'altro, ad accrescere il gap negativo tra retribuzioni e produttività nei settori ad alto tasso di progresso tecnico, senza peraltro che ciò si traduca in una crescita proporzionale della domanda di beni.

          Già nell'approccio settoriale precedente il sistemaistituzionale e distributivo viene a svolgere un ruolo non marginale, anche se non preminente, nella determinazione prima del circolo virtuoso favorevole all'occupazione e nell'emergere poi di un regime di crescita a minor contenuto occupazionale. Nel secondo degli schemi che ora consideriamo, quello di crescita cumulativa della scuola francese delle regolazioni, tale sistema assume certamente un maggiore ruolo, contribuendo grandemente alla formazione dei nessi tra produttività e domanda di beni.

          In questa sede di discussione, vorremmo concentrare la nostra attenzione sui risultati derivanti da due serie di studi che hanno adottato l'approccio della scuola francese delleregolazioni, quelli condotti da Vivarelli (1995), da un lato, e quelli del sottoscritto (Pini, 1994a e b, 1995, 1996), dall'altro.

          L'analisi svolta da Vivarelli con riferimento all'Italia ed agli Stati Uniti evidenzia che la completa compensazione non appare contraddistinguere entrambi i paesi, e che il ruolo di alcuni meccanismi di compensazione appare significativamente diverso nei due paesi.

          Quattro sono gli elementi da segnalare.
          1. I meccanismi di compensazione, nonostante lo scarso ruolo assunto dalle riduzioni dell'orario, appaiono più robusti nel sistema statunitense rispetto a quello italiano, determinando nel primo un pieno riassorbimento degli effetti d'impatto del cambiamento tecnologico sul lavoro, mentre nel secondo si evidenza solo una parziale compensazione.
          2. Gli effetti di prezzo risultano rilevanti in entrambi i sistemi. Essi agiscono secondo le vie consuete segnate dal mutamento del reddito reale dei consumatori indotto dalla diminuzione dei prezzi.
          3. In presenza di forme di mercato non concorrenziali, tuttavia, anche gli effetti di reddito risultano significativi, ma in questo caso le modalità sono assai differenti tra i due sistemi economici. Mentre per l'Italia si ha conferma del ruolo positivo svolto dalla dinamica dei redditi da lavoro, e quindi della crescita dei salari, nella determinazione degli effetti di compensazione indotti mediante variazioni della domanda aggregata e sua composizione, per gli Stati Uniti il meccanismo privilegiato sembra essere quello della crescita dei profitti e del loro reinvestimento per accrescere la capacità produttiva, generando così posti di lavoro aggiuntivi.
          4. Infine, nel sistema statunitense, la realizzazione di nuovi prodotti, la loro diffusione e quindi l'ampliamento del mercato si dimostrano canali robusti di riassorbimento degli effetti negativi di innovazioni labour-saving, che invece prevalgono nel sistema italiano. A questo riguardo sembrerebbe possibile osservare che mentre gli Stati Uniti hanno saputo realizzare un opportuno mix tra innovazioni di processo ed innovazioni di prodotto, l'Italia è caratterizzata da una prevalenza dell'innovazione di processo rispetto alle innovazioni di prodotto, con conseguenti saldi occupazionali negativi. La seconda serie di lavori che ha assunto come quadro di riferimento la scuola francese delle regolazioni è rappresentata da alcuni contributi del sottoscritto (Pini, 1994a e b, 1995, 1996). Di questi, ci sembra utile riprendere sinteticamente alcuni dei risultati empirici derivati dallo studio delle performance aggregate a livello industriale per un gruppo significativo di paesi OECD.

            Secondo tale analisi, l'evidenza di tassi ridotti di crescita della produttività da metà anni settanta rispetto al passato non implica l'impossibilità di poter interpretare i termini tecnologici le sfavorevoli dinamiche occupazionali in tale periodo. Infatti, le analisi condotte appaiono dare conto dell'indebolimento del legame causale tra dinamica della domanda e dinamica della produttività che ha contraddistinto le economie industriali dalla metà degli anni settanta, e dell'emergere di un regime di crescita molto meno favorevole per l'occupazione determinato dalla diminuzione nell'efficacia di vari meccanismi che consentivano di compensare le perdite occupazionali di un cambiamento tecnologico tendenzialmente risparmiatore di lavoro.

            Alla determinazione di tale risultato sembrano aver contribuito: a) la progressiva adozione di nuove tecniche produttive ed organizzative tendenzialmente risparmiatrici di lavoro; b) le modificazioni nelle dinamiche distributive del reddito e nella determinazione delle differenti componenti della domanda aggregata.

            Il primo fattore è il risultato di una accentuazione del legame tra saggio di accumulazione della capitale fisico rispetto al valore aggiunto, dinamica della domanda ed effetti sulla produttività, in presenza di rendimenti di scala dinamici che rendono il progresso tecnico incorporato parzialmente endogeno.

            Il secondo fattore sottolinea cambiamenti che riguardano soprattutto il regime di domanda, piuttosto che quello di produttività. Anzitutto, i meccanismi di distribuzione sociale degli incrementi di produttività appaiono significativamente mutati, determinando un trasferimento degli incrementi di produttività dalla componente salariale verso quella dei profitti in senso lato (comprensivo delle rendite). In secondo luogo, le decisioni di accumulazione sembrano maggiormente dominate da meccanismi di tipo classico, influenzate cioè dalla dinamica dei profitti, piuttosto che di tipo keynesiano, indotte dalla domanda in base al noto principio dell'acceleratore. Al contempo, significative compensazioni non sono derivate dalla componente estera, la quale da un lato si è dimostrata meno sensibile all'andamento dei risultati del processo innovativo, dall'altro non sembra avere risentito dei potenziali vantaggi indotti dalla crescita del grado di apertura verso l'estero dei sistemi economici. In sintesi, questi fattori sembrano aver contribuito a portare ad esaurimento il circolovirtuoso della crescita favorevole all'occupazionenella fase successiva alla crisi di metà anni settanta.

            Viene generalmente riconosciuto sia nel dibattito teorico sia nelle discussioni sulle evidenze empiriche che i settori industriali, e manifatturieri in particolare, benché conservino una elevata importanza nel sostenere la crescita dei sistemi economici, non potranno essere depositari delle potenzialità di ripresa delle dinamiche occupazionali nei paesi industriali. Neppure in tali settori sarà agevole contenere le perditedi posti di lavoro, associate anche ad un trend negativo di medio-lungo periodo nel loro peso relativo. Essi fronteggiano infatti pressioni competitive sempre più elevate, interne ed esterne a tali sistemi, che conducono a trasformazioni di tipo organizzativo ed innovativo volte a ridurre l'impiego relativo e assoluto del lavoro ed a realizzare incrementi di produttività superiori agli incrementi nei volumi di produzione. In altri termini, i benefici stessi derivanti dalla crescita della produttività devono essere investiti in accumulazione intensiva, piuttosto che accumulazione estensiva, al fine di realizzare sempre maggior competitività. Non è pertanto ipotizzabile, secondo tale interpretazione l'avvio di un nuovo circolo virtuoso tra produttività e domanda favorevole all'occupazione centrato sull'industria come motore della crescita.

            Viceversa, sempre maggiore è la convinzione che siano i servizi gli unici settori nei quali possano crescere le potenzialità di ripresa dell'occupazione. Ciò ha portato però ad interrogarsi sulla possibilità che i servizi assumano effettivamente il ruolo che veniva nel passato svolto dal manifatturiero, cioè motore della crescita favorevole all'occupazione (Petit - Soete, 1996). Secondo tale tesi, i servizi potrebbero oggi fungere da motore della crescita in quanto il loro ruolo non è più confinato a quello meramente complementare, di intermediazione ed organizzazione dei mercati, cioè di supporto nei confronti dell'industria, oppure a quello residualenel processo di creazione della ricchezza di una nazione e di conservazione di determinati livelli occupazionali. Il fattore che segna il potenziale cambiamento del loro ruolo sarebbe rappresentato dalle tecnologie dell'informazione e delle comunicazioni. Tali tecnologie consentirebbero di accrescere il carattere tradeable di tali attività, nel passato molto limitato, e quindi di espandere il mercato in modo analogo a quanto era avvenuto con i prodotti industriali di cui i mercati dei paesi industriali sono ora saturi. Sarebbero i servizi quindi, sospinti dalle innovazioni di processo e di prodotto legate alle information and communication technologies, al centro del meccanismo di crescita cumulativa generatore di un nuovo circolo virtuoso favorevole all'occupazione.

            Vi sono importanti fattori tuttavia che rendono per lo meno problematico l'avvio di tale circolo virtuoso, e che possono costituire aree privilegiate di intervento per specifiche politiche (6).

            Anzitutto si sottolinea che proprio il requisito essenziale, l'accrescimento del carattere tradeable dei servizi alla base dell'ampliamento dei mercati, implica un rovesciamento del ciclo innovativo, in quanto si affermerebbe un sentiero dove anzitutto si manifesta l'innovazione di processo e quindi segue l'innovazione di prodotto. Le tecnologie dell'informazione applicate ai servizi mirerebbero infatti in primo luogo a modificare il processo di produzione nei servizi, mediante una "codificazione" delle conoscenze e la elaborazione di routine nel trattamento e nella trasmissione delle informazioni, determinando anche l'abbassamento della qualità del prodotto o servizio offerto piuttosto che l'emergere di nuovi prodotti. Solo in una seconda fase ci si può aspettare che dall'innovazione di processo nella produzione dei servizi derivi una crescita cumulativa in tali attività. Tuttavia, tale processo di transizione è reso difficile proprio perché in gran parte delle attività terziarie, sia personali che di intermediazione, la codificazione delle conoscenze rimarrà grandemente incompleta, essendo ampia la componente tacita ed incorporata nelle abilità e capacità personali. Anzi è probabile che proprio la codificazioni delle conoscenze più standardizzate e di routine in aree importanti della produzione e consumo di servizi rendano ancora più rilevante le componenti tacite delle conoscenze, incorporate nelle abilità e capacità personali.

            Tale transizione richiede tuttavia un ulteriore fattore, rappresentato dal processo di apprendimento sia dal lato dei produttori al fine di tradurre l'innovazione di processo in innovazione di prodotto accrescendo la qualità dei servizi, sia dal lato degli utilizzatori di questi in modo tale che gli incrementi di produttività da potenziali si traducano in effettivi. Il fattore apprendimentodiviene quindi cruciale per l'avvio di un circolo virtuoso centrato sui servizi, sia perché risulta più difficile la codificazione delle conoscenze in attività nelle quali è tipico il carattere tacito, sia in quanto in settori dove l'attività di consumo non è così disgiunta dall'attività di produzione, come è invece nell'industria, non si presenta unicamente un problema di adattamento dei consumatori ai nuovi processi e prodotti, ma piuttosto un problema di interazione tra learning by doing e learning by using dal lato dell'offerta e dal lato della domanda.

            Occorre tuttavia ricordare che i settori dei servizi sono estremamente eterogenei, e che non necessariamente tutti i comparti possono ritenersi influenzati dal fattore information and communication technologies, in termini di tradeability e di learning. Ad esempio vi sono comparti come quelli dei servizi di intermediazione (commercio, trasporti e comunicazioni) ove le tecnologie dell'informazione, dagli effetti rilevanti in termini di produttività, hanno condottto ad una ricerca di maggiori quote di mercato da parte delle imprese piuttosto che ad un ampliamento della dimensione dell'intero mercato, con effetti negativi sull'occupazione. Diversamente, comparti quali i servizi finanziari, assicurativi ed alle imprese hanno visto crescere significativamente il carattere tradeable dell'offerta, anche se gli incrementi di produttività realizzati a seguito delle nuove tecnologie informatiche sono stati molto modesti. Infine, comparti che invece contribuiscono notevolmente alla crescita dell'occupazione nel terziario, i servizi sociali ed alla persona, sono stati sostanzialmente impermeabili alle nuove tecnologie e non si registra una crescita nel loro carattere tradeable. Tale varietà di comportamento segnala quindi come le dinamiche occupazionali nei servizi possano seguire sentieri differenti da quelli ipotizzabili con l'emergere di un circolo virtuoso centrato sul maggiore carattere tradeabledei servizi, contrastando in parte il modello proposto.

            In quarto luogo, sia nella fase di transizione sia in quella in cui il nuovo sentiero si afferma e diviene "a regime" emerge un vincolo per l'utilizzatore che molto probabilmente era meno stringente nel passato: cioè il vincolo rappresentato dal tempo. Viene osservato infatti che mentre prodotti industriali associati al precedente circolo virtuoso presentavano la caratteristica di essere sostituti rispetto ad attività del terziario, determinando una differente allocazione del tempo ed un risparmio del tempo stesso che poteva essere maggiormente destinato all'attività lavorativa od al tempo libero, la informatizzazione dei servizi si traduce in un offerta di prodotti che sono a più elevata intensità di tempo nella fase di impiego (e di apprendimento), e che sono in concorrenza tra loro nell'allocazione del tempo disponibile. In aggiunta, lo stesso processo decisionale nella scelta tra differenti attività e servizi offerti nei quali alta è la varietà e rapido il ritmo del cambiamento si presenta a maggiore intensità di tempo rispetto a quanto avveniva in un ambiente più standardizzato e stazionario. L'allocazione del tempo tra attività lavorativa, di investimento e di tempo libero in presenza di tipologie di consumo time-intensive si presenta così come un ulteriore fattore che rallenta i meccanismi cumulativi in un circolo virtuoso centrato sui servizi.

            Infine, occorre anche considerare l'esistenza di un secondo vincolo, rappresentato dal reddito. Mentre i settori industriali si sono evoluti negli anni ottanta ponendo sempre maggiore enfasi sul ruolo della competitività in mercati a crescente grado di internazionalizzazione e, data anche la saturazione dei mercati interni, degli sbocchi commerciali sui mercato esteri, la crescita dei settori dei servizi continuerà ad affidarsi principalmente alle componenti interne della domanda, da parte dei consumatori nazionali e del settore pubblico in particolare. Una dinamica moderata delle componenti interne della domanda causata da moderate crescite dei redditi disponibili delle famiglie rallenterà oggettivamente il processo di ampliamento del mercato per i nuovi beni e servizi associati all'impiego delle tecnologie informatiche, rendendo difficilmente praticabile un circolo virtuoso favorevole all'occupazione centrato sui servizi. In altri termini, la domanda potenziale deve essere dotata di potere d'acquisto. La rilevanza del vincolo di bilancio ripropone quindi due aspetti che erano cruciali in una fase del precedente circolo virtuoso centrato sulle attività industriali: anzitutto la funzione svolta dalla domanda interna nel sostenere un meccanismo di crescita cumulativa di tipo parzialmente endogeno; in secondo luogo i meccanismi di trasferimento dei benefici derivanti dagli incrementi di produttività nei servizi sui redditi reali dei fattori che contribuiscono alla produzione e che sostengono la domanda di consumi interni. Il necessario recupero del gap tra dinamica della produttività e dinamica dei costi nei settori a produttività stagnante, posto in evidenza da diverse analisi economiche, deve quindi confrontarsi anche con questo ulteriore vincolo. Se da un lato tale recupero del gap risulta indispensabile per determinare il mutamento dei prezzi relativi a favore di nuovi prodotti e servizi dove più elevata è l'elasticità di domanda, dall'altro ciò non può tradursi meramente in un contenimento delle componenti di costo rappresentate dalle retribuzioni nette dei fattori di produzione, ma dovrebbe invece realizzarsi su tre fronti distinti: a) riduzione del gap tra componenti lorde e componenti nette dei costi di produzione, agendo principalmente sulle prime; b) crescita della produttività e quindi dell'efficienza del processo di produzione dei servizi offerti; c) aumento della concorrenzialità nei mercati dei servizi, che presentano tuttora un elevato grado di protezione e di rendite di posizione (di settore e/o di impresa), in modo tale che il recupero del gap tra produttività e costi si traduca nel cambiamento dei prezzi relativi e dei redditi reali per il sistema.


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            Pini P. (1997), Occupazione, tecnologia e crescita: modelli interpretativi ed evidenze empiriche a livello macroeconomico, relazione presentata al convegno "Sviluppo tecnologico e disoccupazione: trasformazione della società" Accademia Nazionale dei Lincei, 16-17-18 gennaio, Roma, in corso di pubblicazione negli atti del convegno.

            Rifkin J. (1995), The End of Work. The Decline of the Global Labor Force and the Dawn of the Post-Market Era, New York, Putnam.

            Sylos Labini P. (1990), Technical Progress, Unemployment and Economic Dynamics, Structural Change and Economic Dynamics, vol.1, n.1, pp.41-55.

            Vivarelli M. (1995), The Economics of Technology and Employment. Theory and Empirical Evidence, London, Edward Elgar.


            Note

            * Questo testo costituisce una sintesi del contributo presentato al convegno "Sviluppo tecnologico e disoccupazione: trasformazione della società", organizzato dall'Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 16-17-18 gennaio 1997. L'autore desidera ringraziare Gilberto Antonelli, Annaflavia Bianchi, Giannino Parravicini, Paolo Piacentini e Alberto Quadrio Curzio per utili commenti ad una precedente versione del lavoro. La versione completa del lavoro in forma elettronica può essere richiesta all'indirizzo E-mail dell'autore.

            1 Si ricordano le tesi contrapposte di Rifkin (1995) e Layard - Nickell - Jackman (1991 e 1994).

            2 Per un esame di tali modelli si vedano Pini (1992), Vivarelli (1995) e Petit (1995). Inoltre, per una discussione del legame tra crescita della produzione e non crescitadell'occupazione, sono note le tesi sviluppate in Lunghini (1995), oltre ai contributi teorici ed empirici di Freeman - Soete (1994), Pasinetti (1981, 1993) e Sylos Labini (1990).

            3 Sono note le tesi di Layard - Nickell - Jackman (1991, 1994) sulla irrilevanza della tecnologia per la determinazione dell'equilibrio di occupazione.

            4 Tale tesi viene sostenuta in OECD (1994, 1996), CE (1994) ed anche in Glyn (1995) e Dell'Aringa (1995). Si veda anche ILO (1995) per alcuni aspetti di tale tesi.

            5 L'analisi dettagliata è contenuta nel testo completo della relazione presentata al convegno dell'Accademia Nazionale dei Lincei, di prossima pubblicazione negli atti (Pini, 1997).

            6 Alcuni di tali fattori sono approfonditi in Petit - Soete (1996).


            Summary: Employment, Technology and Growth: Searching for Macroeconomic Relationships

            The paper considers the macroeconomic relationships between employment, technology and growth, specifically the debate on the technological causes of the jobless growth and on the intensity of the well known compensation mechanisms. It is argued that the recent growth of industrialised economies, started at the beginning of eighties, does not show a rise in its employment intensity, as some authors pointed out. The evidence seems to suggest, on the contrary, a decrease in the ratio between employment growth and value added growth - both at the aggregate and sectoral level - for many European countries, in particular since the second half of the eighties. The virtuous circle between demand growth and productivity growth favourable to employment dynamics, which characterised the sixties and seventies, does not emerge anymore in the last fifteen years, when a negative relation between employment dynamics and productivity growth appears. On the basis of some empirical research, this change seems to be explained by the decreased intensity of endogenous compensation mechanisms, such as changes in the elasticity of demand for industrial products, changes in income distribution, and changes in important macroeconomic relationships between investment, consumption, and net export. Finally, the thesis which presents the service sector as new engine for a growth regime favourable to employment is considered, and also questioned.
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            ^ Professore straordinario di Economia Politica presso l'Università degli Studi di Udine, e Università degli Studi di Bologna, Dip. di Scienze Economiche, Strada Maggiore 45, 40125 Bologna; 051-6402652; fax: 051-6402664; pini@spbo.unibo.it; bog0921@iperbole.bologna.it.
            pini@spbo.unibo.it

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