Economia Politica. Rivista di teoria e analisi

Editoriale 1/1984

Che ne è oggi dell'economia politica ? Del suo status scientifico, della sua funzione ? E' una domanda che molti si pongono all'interno e al di fuori della professione degli economisti accademici. Un tentativo di risposta a questa domanda non può che partire da una valutazione del rapporto tra quelli che riteniamo essere i due momenti costitutivi dell'economia politica : la teoria economica, nella sua funzione di "direzione e significato" (Schumpeter) della riflessione degli economisti, di insieme di "teoremi che...fanno parte del nostro sapere" (Pantaleoni), di momento che assegna all'economista il ruolo di scienziato sociale ; e l'analisi economica, dalla quale la teoria economica ha sempre attinto il suo materiale di lavoro, e che si è sviluppata sia con metodi formali sia con metodi quantitativi, sia ancora con metodi di indagine storico-istituzionale.

Il modo particolare in cui, soprattutto negli ultimi quarant'anni, ha preso forma il processo di specializzazione all'interno dell'economia politica ha inciso in maniera determinante sul rapporto tra teoria e analisi economica.

Gli economisti del passato erano studiosi che alla costruzione delle loro proposizioni teoriche subordinavano, in modo decisamente strumentale, l'analisi ; normalmente poi si preoccupavano di fornire, sulla base della teoria da essi sostenuta, indicazioni di politica economica.

Il processo di specializzazione, in economia come in altre scienze, ha reso assai difficile e problematica questa unità di competenze e di attitudini. Sotto questo profilo probabilmente l'ultima grande figura di economista politico consegnata alla storia (ma questo non è ancora oggetto di discussione e di interpretazione) è stato John Maynard Keynes. Si tratterebbe di un fenomeno da giudicare all'interno della normalità del processo di sviluppo del pensiero scientifico, se non fosse che ad esso si è di fatto accompagnata una crisi di identità dell'economia politica come scienza, con la conseguenza di un sempre più evidente ritardo, o, peggio, di una sempre più evidente incapacità della teoria economica a trattare i più rilevanti problemi economici della nostra epoca e a dare un contributo alla loro soluzione.

Col passare del tempo, il processo di specializzazione all'interno della Professione appare contraddistinto da due fenomeni. Il primo è il manifestarsi e poi progressivamente l'infoltirsi di una schiera di economisti che mettono in primo piano gli aspetti analitico-tecnici privilegiando il momento dell'astrazione a scapito della forza di osservazione della realtà. Si tratta di un fenomeno che si accompagna al rapido sviluppo, dal dopoguerra ad oggi, dell'applicazione della matematica all'economia e della metodologia econometrica. In molti di questi studiosi le proposizioni di teoria economica appaiono quasi le premesse, non lo scopo della loro indagine scientifica : come da molte parti si è ormai notato, la novità delle proposizioni teoriche appare spesso inversamente proporzionale al grado di formalismo del loro contributo.

Il secondo fenomeno è l'emergere di una specializzazione nei problemi dell'economia applicata e della politica economica in genere che, in molti casi, ha reclamato per sé una identità quasi in contrapposizione alla teoria, e ciò in forza della sterile distinzione tra contributi astratti e concreti, utili ed inutili.

Abbiamo, in definitiva, assistito ad una degenerazione del rapporto tra momento teorico e momento analitico nell'economia politica. Una degenerazione che, da un lato, ha non poco influito su quella pericolosa tendenza a contrapporre e a separare progetto cognitivo e progetto operativo, a recidere il legame vitale tra visione teorica e problemi concreti. E dall'altro lato ha, nella grande maggioranza dei casi, impedito una corretta utilizzazione, nel lavoro teorico, dei risultati acquisiti dalla ricerca storico-economica e da altre aree disciplinari complementari all'economia. In una situazione che si presenta, tutto sommato, non confortante, una rinnovata attenzione al rapporto teoria e analisi economica è essenziale per la ricostruzione di un efficace nesso di complementarità tra le specializzazioni dell'economia politica.

Non possiamo e non dobbiamo nasconderci l'elevato grado di problematicità che esiste nella definizione stessa di questo rapporto. Il dibattito epistemologico, oggi come sempre, investe tutte le scienze e in tutte è posto in discussione il significato preciso di cosa significhi teoria. E' dunque naturale che l'economia politica sia investita da questo travaglio. Ma ciò non ci esime dal cercare di dare un contributo perché la teoria e l'analisi economica non vadano ciascuna per proprio conto finendo così per non essere più, rispettivamente, né buona teoria né buona analisi.

Invero, nel processo di costruzione teorica vi è sempre un complesso legame tra due elementi essenziali : il linguaggio che serve allo sviluppo di un modo di ragionamento sistematico e organizzato, e la produzione di ipotesi che, colgono gli aspetti salienti della realtà oggetti di studio. L'analisi economica "serve" entrambi gli elementi di questo processo.

Quando Schumpeter, al quale dopo tutto dobbiamo la fortuna del termine stesso, definisce il campo dell'analisi economica, egli usa una dizione molto ampia ; l'analisi economica - per lui - sono "gli sforzi intellettuali che gli uomini hanno compiuto per comprendere i fenomeni economici" ovvero "gli aspetti analitico-scientifici del pensiero economico". Subito dopo, per la verità, egli riconosce che, nel campo degli economisti, "le stesse idee di analisi economica, di sforzo intellettuale, di scienza, sono avvolte nella nebbia". Ma il messaggio è chiaro e, anche se Schumpeter appare oggi per certi versi datato, la sua classificazione è tuttora un invito ad usare nell'indagine scientifica dei fatti economici una molteplicità di informazioni e concetti, provenienti anche da altre scienze, organizzandoli secondo quegli apparati categoriali che maggiormente servano a dare spessore alla elaborazione teorica in economia politica.

E' questa anche la linea lungo la quale si muove Keynes quando, nella Prefazione del 1921 alla serie dei Cambridge Economic Handbooks, scrive: "La teoria dell'economia (The theory of Economics) non fornisce un corpo di conclusioni pacifiche immediatamente applicabili alla politica. E' un metodo piuttosto che una dottrina, una tecnica di pensiero che aiuta il suo possessore a ricavare conclusioni corrette".

Quando dunque parliamo di strumenti analitici in economia politica non dovremmo limitarci solo a quelli offerti dalla matematica e dalla statistica. Questi rivestono bensì grande importanza, soprattutto in quanto assolvono al loro scopo specifico di sgombrare il campo dai pseudo problemi e di porre quelli veri nei loro termini propri attraverso la formalizzazione. Ma occorre sempre avere presente che la specializzazione analitica tende inevitabilmente alla degenerazione quando autonomizza, esasperandolo, l'elemento del linguaggio ; e si adagia così su una riflessione, anche molto complessa, ma che attiene soltanto ai canoni della logica formale, con la sola finalità di mostrare se un particolare discorso è completo e coerente.

L'utilità dello specifico linguaggio usato ai fini della costruzione di ipotesi teoriche significative va sempre posta in discussione. Né va trascurato l'aspetto di convenzionalità che vi è nel linguaggio : usare un linguaggio comune a tutti gli economisti può essere utile proprio per capire la diversità delle ipotesi teoriche ; d'altra parte contrabbandare per differenze teoriche differenze che sono solo di linguaggio oltre che intellettualmente non onesto è sterile, perché non si dà vero processo di costruzione teorica se ci si limita semplicemente a dimostrare in modo diverso cose già dette da altri. Se dunque l'analisi economica si appiattisce sull'elemento di linguaggio accogliendo la tesi cartesiana secondo cui solo l'indubitabile è vero, la separazione dalla teoria economica è destinata ad accentuarsi.

Restano naturalmente aperti tutti i problemi centrali al dibattito epistemologico contemporaneo - in particolare quelli della generalità delle proposizioni teoriche e della loro verificabilità e/o confermabilità. Ma quanto precede dovrebbe bastare ad indicare la linea lungo la quale si muoverà la Rivista. Si tratta di una linea che mentre riconosce esplicitamente la diversità delle posizioni teoriche, non rinuncia all'obiettivo di individuare, in un rapporto corretto tra teoria e analisi, la via da percorrere perché il dibattito tra varie teorie possa portare ad una migliore conoscenza della realtà economica e ad una maggiore capacità di governarla. In questo processo di ricostruzione di identità dell'economia politica che ne valorizzi l'utilità come scienza sociale, le varie specializzazioni analitiche (non solo quelle dell'economia matematica e dell'econometria) non devono costruire motivo di scandalo, ma occasione di crescita e di maturazione di tutta la disciplina. Alla luce di ciò, le diversità teoriche non necessariamente sono destinate a sclerotizzarsi ; anzi una maggiore unità nel linguaggio e nelle ipotesi essenziali delle teorie, così come una maggiore integrazione tra le diverse specializzazioni analitiche, non è affatto da escludersi, se è vero che, come ammoniva Keynes, "in economia non puoi condannare il tuo oppositore per errore, puoi solo convincerlo dell'errore".

L'economia politica non è una disciplina darwiniana. L'ultimo anello della catena non contiene in sé tutti gli sviluppi precedenti, tanto che questi possano essere dimenticati e riassorbiti nel precedente. L'unità della Rivista non andrà dunque cercata in qualche figura discorsiva dominante alla quale riferirsi come alla propria matrice comune, ma nella stessa composizione dei contributi che la costituiranno.

I criteri che verranno seguiti nella progettazione dei diversi numeri della Rivista sono direttamente desumibili da quanto si è qui scritto. Sarà cioè dato spazio specialmente a quei saggi che affrontano problemi rilevanti rispetto al dibattito teorico, che si sforzano di contribuire alla ricostruzione di un corretto rapporto tra teoria ed analisi economica, che dimostrano di toccare problemi ed aspetti importanti e nuovi della realtà economica in continuo movimento. Non rientrano invece nei progetti della Rivista quegli articoli che siano delle semplici "variazioni sul tema", che documentino quella degenerazione analitica di cui sopra si è detto, o che semplicemente contengano mere soluzioni di rompicapo. Motivo ispiratore della Rivista è in definitiva un esperimento : quello di concorrere a ripristinare una corretta e proficua relazione tra teoria e analisi economica, contribuendo in tal modo ad integrare l'elegante formalismo di certa produzione teorica e il pragmatismo di tanti contributi applicati. Ciò senza lasciarsi prendere dall'idea, affascinante ma sproporzionata - sia nella valutazione di ciò che è sia nella progettazione delle linee di ricerca - di rifondare la teoria economica per sottrarla a una crisi tanto dubbia per alcuni quanto certa e grave per altri.

Il Comitato Scientifico

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