Economia Politica. Rivista di teoria e analisi
Sommario non tecnico

La Teoria neoclassica, pur avendo rilevanti implicazioni per la distribuzione del reddito tra fattori produttivi (factor distribution), non permette, com'è noto, di trarre conclusioni riguardo alla distribuzione del reddito/ricchezza (e quindi alla size distribution). Anzi, a questo proposito l'impostazione tradizionale afferma che: "The laws and conditions of the production of wealth partake of the character of physical truths. There is nothing optional or arbitrary in them ... It is not so with the distribution of wealth. That is a matter of human institution solely." (John Stuart Mill).
Ciononostante la distribuzione del reddito e le politiche ridistributive costituiscono uno dei principali argomenti di studio in economia. Già Wicksell discute l'effetto distributivo dell'emigrazione; Kuznet studia l'impatto della crescita economica sulla distribuzione; la Teoria keynesiana mostra l'importanza di quest'ultima nella determinazione del consumo aggregato; ed il dibattito recente ha approfondito ulteriormente queste tematiche studiando aspetti quali gli effetti della distribuzione sulla crescita economica in presenza di vincoli di liquidità e/o di tassazione distorsiva sul capitale, e l'impatto dell'environment macroeconomico e delle politiche macroeconomiche sulla distribuzione. I risultati, con la sola eccezione (parziale) della Teoria della crescita, sono però ancora lontani dall'aver prodotto un consenso sulla direzione e l'intensità dei nessi causali. In un recente lavoro Sarel (1997) pubblica i risultati di una survey condotta tra economisti di organizzazioni internazionali sui legami tra politica macroeconomica e distribuzione. Questi risultati dimostrano che, se in generale non si nega la rilevanza distributiva delle politiche macroeconomiche, non vi è ancora una percezione comune dei loro effetti.
La semplice, e del tutto parziale, elencazione dei principali argomenti oggetto di dibattito mostra come la natura dei legami ipotizzati tra variabili macroeconomiche e distributive sia bidirezionale. Un evidente corollario è che gli strumenti tradizionalmente associati alle politiche distributive ed a quelle macroeconomiche possono essere correlati.
In quest'articolo si dimostra come, a causa di ciò, una ridistribuzione può provocare effetti non standard. In questo senso, il presente vuole essere innanzitutto un contributo che, mostrando la potenziale complessità degli effetti distributivi in un contesto di non neutralità rispetto all'environment macroeconomico, inviti alla cautela nel formulare giudizi.
L'interazione tra macroeconomia e distribuzione è analizzata con particolare riguardo alla politica fiscale ed al debito pubblico. Un'ulteriore problematica che viene qui affrontata è quella della giustificazione da dare all'esistenza di disuguaglianze. Nell'ambito della tradizionale impostazione neoclassica, infatti, l'assenza di effetti rende la distribuzione unicamente un problema di decisione sociale. Ma se ciò è vero, la questione che si pone è quella di giustificare l'esistenza di forti disparità di reddito. La Teoria individua nel legame con la crescita il vincolo alla possibilità di ulteriori ridistribuzioni. Quest'argomento ha senz'altro una sua validità teorica, ma la rilevanza empirica (anche per la decisione sociale) è tuttora oggetto di analisi.
Nell'articolo si utilizza un modello a generazioni sovrapposte di puro scambio con asimmetria informativa, in cui si è esplicitamente inserita una distribuzione (size) dei redditi individuali che è l'unica fonte di eterogeneità tra gli individui. A fronte di questa maggiore complessità, si sono introdotte ipotesi particolari sulla struttura dell'asimmetria informativa che consentono una notevole semplificazione delle soluzioni contrattuali sui mercati finanziari.
Ne risulta un vincolo di liquidità endogeno, come nel modello originale, che però è ora esplicitamente funzione della distribuzione del reddito. In quest'ipotesi una ridistribuzione modifica sia il vincolo di liquidità che la quota della popolazione soggetta a vincolo e, com'è noto, il risparmio aggregato ed il tasso di interesse.
La variazione del tasso di interesse provoca a sua volta un effetto sul welfare degli individui che deriva da due fattori. Il primo, analogo al classico effetto legato alla posizione creditoria/debitoria dell'individuo, è qui definito "componente distributiva"; il secondo fattore deriva invece dall'effetto della variazione del tasso d'interesse sull'onere del debito, ed è definito "componente macroeconomica".
In presenza di debito pubblico la componente distributiva non è più associata unicamente alla posizione creditoria o debitoria netta dell'individuo, cui occorre sottrarre la posizione creditoria media. Quest'ultima è pari all'ammontare di debito pubblico posseduto in media dagli individui, e determina anche l'entità della "componente macroeconomica" associata alla variazione del tasso di interesse che è costante per tutti gli individui appartenenti ad una singola generazione, ma varia tra generazioni provocando una ridistribuzione inter-generazionale.
L'effetto complessivo di una variazione del tasso di interesse è pari alla somma delle due componenti (cui si aggiungono ulteriori termini negativi nel caso di individui soggetti a vincolo di liquidità), ed è quello tradizionalmente calcolato utilizzando la posizione creditoria netta dell'individuo; la distinzione operata tra la componente macroeconomica e distributiva dell'effetto complessivo permette però di dimostrare che:
a) la ridistribuzione provoca un effetto distributivo indiretto via variazione del tasso di interesse;
b) l'ottimo grado sociale di disuguaglianza è positivo e funzione del debito pubblico e dei parametri della politica fiscale;
c) la politica ridistributiva causa (in genere) un'ulteriore ridistribuzione tra le generazioni viventi e quelle future, e può influire sulla politica del debito pubblico ed in particolare sulla sostenibilità;
d) un aumento del debito pubblico provoca (in genere) un aumento della disuguaglianza.
I primi due risultati contrastano con quelli ottenuti in letteratura nel caso di mercati dei capitali perfetti, in cui la neutralità delle politiche distributive rispetto al contesto macroeconomico fa sì che il pianificatore sociale scelga una distribuzione egalitaria del reddito che massimizza (ex ante) il welfare di tutte le generazioni future. Ex post, un grado nullo di disuguaglianza è ancora una delle soluzioni di ottimo sociale. Viceversa, in presenza di vincoli di liquidità la società preferisce un grado positivo di disuguaglianza determinato endogenamente (e ciò indipendentemente dai legami con la crescita). La domanda di ridistribuzione è perciò limitata ed esiste una sia pur parziale giustificazione del perché la società non si sia rapidamente evoluta verso un'ancora maggiore uguaglianza.
Il terzo risultato deriva dal fatto che una ridistribuzione tra le generazioni presenti, attraverso la variazione del tasso di interesse, influisce sull'onere del debito pubblico e perciò determina un'ulteriore ridistribuzione tra generazioni viventi e future. Nel lavoro si dimostra inoltre che essa può influire anche su altri aspetti della politica del debito pubblico. Ciò avviene sicuramente quando la variazione del tasso di interesse porta ad una modifica delle condizioni di efficienza dinamica dell'economia, che amplia o restringe l'insieme delle soluzioni possibili al problema dell'operatore pubblico; ma avviene anche perché la ridistribuzione influisce, a parità di surplus primari futuri, sul livello massimo di debito sostenibile.
Infine, l'ultimo risultato è una conseguenza della scomposizione dell'effetto complessivo associato alla variazione del tasso d'interesse nella componente distributiva e macroeconomica. Un aumento del tasso d'interesse associato (in generale) all'emissione di nuovo debito pubblico provoca sempre (componente distributiva) una maggiore disuguaglianza; ciò anche nei casi in cui l'effetto totale della variazione (somma delle due componenti) è positivo per tutti gli individui.
Complessivamente questi risultati ribadiscono l'esistenza di importanti effetti congiunti e non consentono più, almeno in linea teorica, di considerare la politica distributiva come strumento autonomo di intervento, in grado di correggere in ogni caso l'impatto delle politiche macroeconomiche sulla distribuzione. Si apre anzi il campo all'analisi di un possibile trade off tra politica distributiva e macroeconomica.
Ma quali sono i termini del trade off? L'emissione di debito pubblico provoca anche una ridistribuzione in senso meno egalitario di risorse all'interno di ogni generazione. Viceversa, la ridistribuzione, influendo sui tassi di interesse, può, entro certi limiti, determinare anche la condizione di efficienza dinamica dell'economia ed il livello massimo sostenibile del debito pubblico.
Il lavoro approfondisce l'analisi del trade off esaminando, attraverso un'analisi di simulazione, gli effetti di alcune politiche congiunte sul welfare. Ad esempio, il governo può aumentare la disuguaglianza per ridurre il tasso di interesse e facilitare il finanziamento dello stock di debito pubblico; oppure può diminuire il debito portando ad una maggiore uguaglianza; o anche, attraverso l'emissione di nuovo debito, può eliminare l'inefficienza dinamica causata da una distribuzione ineguale delle risorse, naturalmente al prezzo di un'ancora maggiore disuguaglianza.
Il modello qui presentato s'inserisce nella tradizione dello studio dell'equilibrio economico politico (ad esempio Persson - Tabellini, 1990), ed in particolare di quei lavori che studiano l'ottimo livello di ridistribuzione dal punto di vista del median agent. Rispetto a questi modelli la novità deriva dal fatto di incorporare esplicitamente la connessione che, nell'ipotesi di mercati imperfetti, deriva dalla presenza di interazione tra la politica distributiva, il debito pubblico e la politica fiscale.
Un filone di analisi strettamente collegato è costituito dai modelli che legano distribuzione del reddito e crescita (ad esempio Adelman - Robinson 1989, e Robinson 1989), e quest'ultime con le politiche macroeconomiche di stabilizzazione (ad esempio Bourgignon et al., 1993). Il lavoro presenta aspetti comuni sia con i modelli apparsi negli ultimi anni in letteratura (ad esempio Alesina - Rodrik 1994, Alesina - Perotti 1994, e Persson - Tabellini 1994) che uniscono l'analisi di equilibrio politico-economico con i problemi della crescita economica ed in particolare con la Teoria della crescita endogena, sia con i modelli che analizzano gli effetti di vincoli di liquidità (ad esempio Aghion - Bolton 1992 e Galor - Zeira 1993). Rispetto a questi filoni di indagine il presente lavoro mostra che, oltre al legame con la crescita, altri meccanismi di ridistribuzione intergenerazionale possono essere in opera, e possono determinare gli effetti finali della politica distributiva.
RAUL DE LUZENBERGERè ricercatore confermato in economia all'Università degli Studi di Cassino, Facoltà di Economia, Via Mazzaroppi, 03043 Cassino (FR)
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