Economia Politica. Rivista di teoria e analisi

Sommario non tecnico

Roberto Censolo

La genesi del concetto di stazionarietà: il paradigma dell'Aurea Medietà di Adam Smith (J.E.L.: B12)

in Economia Politica, n.1, 2000


Non-Technical Summary: Roberto Censolo (not available)

In questo lavoro si cerca di risalire alle origini del concetto di stazionarietà, nel momento in cui la suggestione dei progressi della conoscenza ad opera di Galileo e Newton attraverso il nuovo metodo stimola l'opera di Adam Smith verso la costruzione nell'ambito dei rapporti economici di una nozione di equilibrio "naturale" omeomorfo alla nozione di "stato di quiete", nell'ambito della fisica classica. Attraverso una analisi dei legami tra la Theory of moral sentiments (TMS in seguito) e la Wealth of nations (WN in seguito) abbiamo verificato che la nozione smithiana di equilibrio svolge la sua funzione "gravitazionale" e normativa dei rapporti economici, all'interno di una struttura di mercato, ponendosi non come riferimento oggettivo, capace di esplicitare le conseguenze dell'agire perfettamente razionale degli individui negli esiti virtuosi (ottimali) del mercato nel suo complesso, bensì come nucleo più debole di ragionevolezza e di senso comune.

All'interno della WN l'impossibilità di individuare un riferimento di equilibrio oggettivamente virtuoso (razionale) sul quale fondare delle prescrizioni normative in merito alle modalità che dovrebbe perseguire l'evoluzione di un sistema economico ha origine dalla dicotomia tra prezzo reale e prezzo naturale delle merci, la quale, a sua volta, non risiede in un "difetto" nei meccanismi decisionali dei singoli, ma nel modo in cui è conformata la stessa natura umana e nei principi fondamentali che determinano l'azione concreta. Spostando quindi l'analisi in quelle parti della TMS nelle quali Smith elabora una teoria generale dell'azione umana, ci siamo posti il problema di stabilire in che senso il riferimento di "aurea medietà" che connota il concetto di equilibrio concorrenziale potrebbe risultare desiderabile, ovvero virtuoso, dal punto di vista di un ipotetico pianificatore sociale. Per rispondere a tale questione ci siamo chiesti quale sia la virtù fondamentale che caratterizza l'azione umana quando questa è coerente con il paradigma dell'aurea medietà. E' emerso che tale virtù è la prudenza, la virtù della ragionevolezza e del buon senso, un principio che guida le scelte individuali attraverso un meccanismo complesso, del quale la razionalità è solo uno degli ingranaggi, e che non può sussistere senza l'apporto dei giudizi morali generati attraverso il principio della simpatia e dello spettatore imparziale. Ne segue che lo stesso concetto di equilibrio concorrenziale di lungo periodo non può essere considerato un esito della sola razionalità, bensì un esito, normativamente più debole, di ragionevolezza, nel quale sono impliciti giudizi di valore morale. Se questo è vero, allora la stessa evoluzione di lungo periodo di un sistema economico risulta relativa al modo in cui una società esprime tali giudizi di valore in relazione a variabili di tipo sociale, culturale e morale.

Il meccanismo per la produzione di giudizi morali e quindi di regole per l'azione evidenzia un procedimento di tipo induttivo. Il punto di partenza è una situazione concreta, che viene elaborata a livello immaginativo attraverso il principio della simpatia. Affinchè il procedimento simpatetico possa produrre una valutazione morale è necessario che intervenga un secondo principio, il principio dello Spettatore Imparziale. L'"impartial spectator" (spettatore anche e soprattutto di se stessi) è quel meccanismo attraverso il quale un individuo è capace di porsi al di fuori della situazione, cioè di uscire dal processo simpatetico allo scopo di emettere un giudizio di valore, nella forma di un sentimento di approvazione/disapprovazione. Questo giudizio di valore entra nella sfera dei sentimenti egoistici, i quali mediati dall'attività della ragione (principio del self command), intesa propriamente come attività conoscitva e progettuale, configura la virtù della prudenza. Quest'ultima rappresenta, da un punto di vista normativo, il principio di base per l'azione umana, intesa come l'intervento o la modifcazione della situazione di partenza. Il processo, sopra brevemente descritto, consente a Smith di stabilire in modo definitivo i limiti della ragione in un duplice senso. Primo, la razionalità è solo uno degli ingranaggi che genera le azioni umane. Secondo, il verso delle connessioni logiche dello schema non è biunivoco: cercando di risalire alle cause che hanno determinato gli esiti di una certa azione (situazione) gli individui, percorrendo in senso inverso lo schema, tendono ad imputare alla ragione solamente gli effetti delle proprie (e altrui) azioni, confondendo così in modo sistematico causa finale e causa efficiente.

Queste considerazioni pongono allora una domanda fondamentale: quella razionalità implicita nel funzionamento della natura, che ha predisposto la natura umana alla conservazione e al progresso della specie, è in grado di rivelarsi, o di essere rivelata, nella forma di un progetto cui l'uomo dovrebbe tendere, ovvero un "ideale" di convivenza umana?

La considerazione di partenza è che le caratteristiche di cui la natura ha dotato la mente umana per perseguire questi scopi sono contradditori (ragione/passione, altruismo/egoismo, vizio/virtù...). Al tempo stesso, tuttavia, la natura ha dotato la natura umana dei mezzi per superare queste tendenze "contronaturali" ed apparentemente contradditorie, a livello del singolo individuo e a livello della società nel suo insieme. Il principio della simpatia, dello "spettatore imparziale" e del "self-command", rappresentano il meccanismo "naturale" capace di tenere sotto controllo le tendenze devianti del singolo. In sostanza, la natura ci ha costruito per percepire gli opposti e contemporaneamente ci ha fornito delle capacità per mediare tra essi. Sul piano collettivo invece il principio della eterogenesi dei fini risolve l'apparente contraddizione tra benessere del singolo e benessere della collettività, quando le azioni del singolo sono dettate esclusivamente dall'interesse personale. Considerando il primo meccanismo, abbiamo verificato che il processo simpatetico, cui segue l'intervento dello "spettatore imparziale", genera, attraverso il principio del self-command e la ragione, una nozione di virtù, che si colloca immediatamente alle spalle della valutazione pratica (azione), una virtù che sintetizza e rappresenta tutto il processo precedente: la prudenza. Tale virtù rappresenta un ideale di medietà a livello individuale: un punto di equilibrio tra passioni di segno opposto.

Considerando il secondo meccanismo, l'eterogensi dei fini (deception), attraverso il quale gli individui contribuiscono a produrre i risultati utili al mantenimento del sistema sociale, senza averne alcuna consapevolezza, Smith arriva alla conclusione che la convivenza umana si è realizzata oscillando tra opposte tedenze, e "mediamente" realizzando i principi naturali della conservazione e del progresso delle specie. In sostanza, l'eterogenesi dei fini si presenta come un principio che, catalizzando nell'aggregato le tendenze eccessive nelle passioni egoistiche degli individui, contribuisce a definire il paradigma della Aurea Medietà.

Per evidenziare la rilevanza del concetto fondamentale di aurea medietà all'interno della WN, abbiamo proposto una ipotesi sulla continuità tra TMS e WN, basata su una particolare interpretazione delle esemplificazioni che corredano l'esposizione del discorso all'interno della TMS, con particolare riferimento al capitolo "On the effects of utility". Tali esemplificazioni possono essere lette come altrettante applicazioni dei principi generali della condotta umana a particolari ambiti di comportamento. Ad esempio, l'applicazione della virtù della prudenza ai comportamenti umani legati all'" Utilità", comporta innanzitutto una specializzazione del principio, nel senso che se ne rileva una particolare connotazione semantica (Prudence -> Frugality), e quindi, all'interno della WN, una trasformazione, nel senso di un passaggio dal "qualitativo" al "quantitativo" (dal principio specializzato della "Frugality" al concetto di "Risparmio"). Questa trasformazione coincide con l'emergenza di un concetto nuovo, strettamente legato al principio originario di "prudence" ma da esso distinto e capace di vivere di vita propria in virtù della acquisita dimensione quantitativa ovvero misurabile: il concetto di risparmio, ovvero quella parte del prodotto netto che viene destinata all'accrescimento dello stock di capitale.

Abbiamo quindi spostato l'analisi nell'ambito della WN, cercando di riconoscere i principi generali che determinano l'azione umana nei principi responsabili della genesi della ricchezza: lo scambio e la divisione del lavoro. In tale contesto abbiamo illustrato il principio della divisione dl lavoro evidenziando due aspetti: primo, la divisione del lavoro ha origine nei principi della natura umana legati tanto alla simpatia quanto al self-interest; secondo, la divisione del lavoro genera ricchezza indipendentemente dalla cosciente volontà dei singoli, ed in questo senso essa rappresenta una "applicazione", nell'ambito dei comportamenti economici, del principio della eterogenesi dei fini. Considerando il primo aspetto, il legame tra valutazione di tipo simpatetico e divisione del lavoro non è esplicito, tuttavia vi sono sufficienti indizi per dire che quando Smith afferma che la divisione del lavoro "is the consequence of a certain propensity in human nature, the propensity to truck, barter and exchange one thing for another" stia parlando di una applicazione particolare del processo simpatetico. Innanzitutto, cercando di utilizzare le categorie concettuali della filosofia morale, è chiaro che la naturale propensione allo scambio non è alla base di un atteggiamento egoistico, perché vi è l'atto di offrire qualcosa, e nemmeno è alla base di un atteggiamento altruistico, perché non si tratta di un dono. Alla base di offrire "qualcosa" per ottenere in cambio "qualcosa", vi è necessariamente la valutazione simmetrica e speculare tra più individui che ciò che si offre possa essere "utile", e tale valutazione può scaturire solo da un procedimento simpatetico. In secondo luogo, il legame tra divisione del lavoro e self-interest è indiretto; infatti, riferendosi allo scambio Smith afferma che "It is encouraged by self-interest, and leads to division of labour". In altre parole, la valutazione pratica, cioè la decisione che spinge l'individuo a "specializzare" la sua attività produttiva originale segue una valutazione di tipo morale, che coincide con l'attribuzione della qualità di "merce" all'oggetto che egli ha prodotto.

Tuttavia la divisione del lavoro, e quindi le sue conseguenze in termini di ricchezza in una "well-governed soviety" non fanno parte di un progetto consapevole degli individui; in altre parole, l'una e l'altra derivano dalle azioni umane, ma non dalla coscienza collettiva di uno scopo comune. Tale considerazione appare significativamente in apertura del secondo capitolo del primo libro "Of tha Principle which gives Occasion to the Division of Labour" : "The division of labour, ..., is not originally the effect of human wisdom, which foresee and intend that general opulence to which it gives occasion".

Nell'ambito della naturale attitudine allo scambio degli individui, sorge spontanea la domanda: se è vero che la propensione allo scambio ha origine nel sentimento della simpatia, in che cosa si concreta la valutazione morale? La risposta è che nell'ambito della "situazione" dello "scambio", attraverso il principio dello spettatore imparziale, la valutazione morale coincide con l'attribuzione di "valore" all'oggetto.

A proposito del ruolo dello spettatore imparziale nella determinazione del valore di scambio di una merce, Smith non offre alcun esplicito appiglio, tuttavia è evidente che lo scambio non può prescindere dall'attribuzione di valore, e tale valore, non essendo in linea di principio "misurabile" (e su questo punto,viceversa, Smith insiste esplicitamente), assume la connotazione di valutazione "soggettiva". Ciò è già sufficiente a spostare l'attenzione dalla sfera della ragione a quella del sentimento. Ora, tale valutazione "soggettiva", affinché lo scambio possa aver luogo in modo soddisfacente, non deve essere caratterizzata nè dall'eccesso nè dal difetto; inoltre, lo scambio prevede che ciascuno "valuti" non solo la merce che offre, ma anche quella che è offerta, ovvero che lo scambio avvenga prima ad un livello immaginativo attraverso il principio della simpatia; pertanto, se entrambi gli individui agiscono secondo "coscienza", ovvero con l'approvazione dello spettatore imparziale, il valore delle merci che ciascuno imputa alla valutazione soggettiva altrui saranno coincidenti, e lo scambio potrà' avere fisicamente luogo.

Il flusso del discorso si è scandito dai principi della natura umana alla base della divisione del lavoro, al valore delle merci, ove tanto la connotazione di "merce" quanto quella di "valore" che ad essa viene attribuito, sono "soggettivi, perché scaturiscono da un procedimento immaginativo e simpatetico. In sostanza, abbiamo verificato in un particolare ambito di rapporti umani una "specializzazione" del principio della simpatia e dello spettatore imparziale nel principio dello "scambio". Secondo la chiave di lettura proposta nella discussione sulla TMS (principio generale --> specializzazione --> trasformazione dal qualitativo al quantitativo) questo principio "specializzato" sarà suscettibile di una trasformazione "quantitativa": appariranno i concetti di "domanda effettiva" e di "quantità portata al mercato", che si incontrano e danno origine ad un processo di "contrattazione" , una vera e propria trasformazione "quantitativa" del principio dell' "impartial spectator".

Per illustrare la trasformazione quantitativa del concetto di "valore", consideriamo che ciascun individuo, per poter stabilire, attraverso la propria coscienza (impartial spectator), quale sia il valore di scambio (exchangeable value) di una merce, deve ricostruire simpateticamente lo sforzo e la fatica (toil and trouble) spese per la sua produzione. Il lavoro è pertanto definito da qualità la cui percezione è soggettiva; tuttavia, il fatto che il lavoro abbia "trasformato" qualcosa, rendendo "oggettivamente" visibile la genesi di un'oggetto che prima non esisteva, rende a quest'ultimo l'oggettività della misura ideale. Il lavoro contenuto in una merce è pertanto una valutazione "soggettiva" di una entità "oggettiva".

La "soggettività" della valutazione della quantità di lavoro incorporato in una merce (prezzo reale) è sottolineata da Smith, quando afferma che "value is not commonly estimated by labour, becouse labour is difficult to measure". Abbiamo quindi che il prezzo di una merce tende ad allontanarsi dal suo valore "reale", primo perché la valutazione dello sforzo di lavoro in essa incorporato è soggettiva, secondo perché tale valutazione soggettiva deve essere tradotta in termini di un'altra merce, la moneta.

Dopo avere illustrato i motivi "naturali" per i quali valore "reale" e valutazione soggettiva di una merce tendono "naturalmente" a divergere, abbiamo considerato i meccanismi che viceversa tendono a "correggere" tale forza centrifuga rispetto all' entità del prezzo reale, e che conducono a una "approssimazione ragionevole" o "media" di un ideale di valore oggettivo nè conoscibile nè realizzabile: il prezzo naturale. Tali meccanismi di mercato sono di due tipi, ed hanno fondamento in differenti prinicipi della natura umana. Il primo è la "contrattazione", il secondo è il principio della "domanda effettiva" (effectual demand).

Considerando il primo abbiamo verificato che esso è una manifestazione concreta del principio dell' "impartial spectator", dal momento che il processo di valutazione delle merci è , abbiamo visto, un processo di origine immaginativa e simpatetica. Prendendo in esame il secondo meccanismo, il punto di partenza è che il prezzo di mercato dipende dai fattori di domanda e di offerta, cioè dalla proporzione tra la quantità di merce portata al mercato (offerta) e la quantità di coloro che sono disposti a pagare esattamente il suo prezzo naturale, o "domanda effettiva". Quando la quantità di merce portata al mercato difetta la domanda effettiva "A competition immediatly begin among them, and the market price will raise above its natural price", e viceversa quando la quantità offerta eccede la quantità "effettivamente" domandata. Il meccanismo attraverso il quale la quantità portata sul mercato tende "mediamente" a coincidere con la "domanda effettiva" è pertanto basato sul self-interest: a coloro che "offrono" non conviene portare al mercato quantità in eccesso per non incorrere in perdite legate alla diminuzione del prezzo, a coloro che "domandano" non conviene "peccare d'ingordigia" per non pagare un prezzo più elevato del livello "naturale":

In sostanza, l'"effectual demand" assume uno status di principio nella regolazione dei rapporti economici (e ciò è confermato dalla "naturalità" del meccanismo: "the quantity brought to the market naturally suits itself to the effectual demand") tra opposte tendenze (dal lato di chi "offre" e di chi "domanda") ispirate dalla passione egoistica. In tal modo il principio della domanda effettiva, mediando tra le tentazioni ad eccedere nel perseguimento del proprio interesse personale, si presta alla interpretazione di una vera e propria "trasformazione" del principio del "self-command". Dato il concetto di tasso naturale di salario, profitto e rendita, come altrettanti tassi "medi", e dato un meccanismo autoregolatore dei prezzi di mercato, verso il prezzo naturale, quest'ultimo si rivela di conseguenza un vero e proprio punto di riferimento "gravitazionale":

"the natural price is, as it were, the central price, to which the prices of all commodities are continually gravitating ". L'aspetto da sottolineare è che in questo contesto verifichiamo una applicazione del principo della "aurea medietà", ove "aurea" significa "naturale", riferendo dei principi della natura umana, ma significa anche l'obbiettivo verso il quale tende "naturalmente" la collettività. Il prezzo reale delle merci rimane il riferimento oggettivo, ma non accessibile al "discorso descrittivo", e di conseguenza non accessibile al "discorso normativo". Occorre accontentarsi di un riferimento più debole di normatività, che non potendo connotarsi di oggettività trasfigura in un ideale di aurea medietà coerente con l'"osservabilità" dei fenomeni umani e con i principi che il metodo è in grado di rivelare.

Il paradigma dell'aurea medietà rappresenta la sintesi definitiva del pensiero smithiano, con riferimento tanto al discorso sul metodo (History of Astronomy), quanto alla sua visione di filosofia morale (Theory of Moral Sentiments), le due direttrici dalla cui fecondità reciproca scaturisce il discorso sull'economia politica (Wealth of Nations). Esso raccoglie e rende manifeste le conseguenze di quella crisi della conoscenza che si apre con l'avvento del nuovo metodo scientifico. Da un lato, la necessità di fondare un riferimento di oggettività rispetto al quale ricostruire il discorso normativo attraverso le nuove possibilità cognitive aperte dal ragionamento newtoniano conduce Smith all'implicita conclusione che il comportamento umano sfugge a quel connotato di razionalità necessario a ricreare l'armonia tra norma e azione. Dall'altro, vi è la constatazione che quegli stessi principi "intermedi", individuati quali altrettanti "leggi" che determinano il moto delle azioni umane, descrivono in realtà una dinamica contradditoria, rispetto alla quale è possibile riconoscere un polo di "gravitazione" che non è un nucleo di razionalità, bensì un nucleo di ragionevolezza o di buon senso comune, e che consente a Smith di affermare, attraverso la prospettiva di una pseudo-teoria dell'evoluzione, che la società umana si è mediamente conservata ed è mediamente progredita.

Emerge quindi nella TMS un ideale di "tranquillità", guidato dalla virtù della prudence, alla quale è affidato il ruolo di trattenere le umane passioni dall'esplodere verso il lato dei sentimenti egoistici o verso quello di quelli altruistici. L'uomo ideale è un uomo tranquillo, che non eccede nelle passioni, dotato di buon senso, incline alla ragionevolezza del compromesso. Un uomo deprivato di ogni tratto eroico o tragico. Emerge la caratterizzazione sociale dell'uomo borghese, del bravo cittadino, del buon padre di famiglia, dell'industrioso lavoratore. Questo è l'eroe della società ideale smithiana, l'uomo dell'aurea medietà; un individuo che può essere considerato il "preistorico morale" dell'individuo rappresentativo, che realizza nell'ambito del mercato un ideale di equilibrio di lungo periodo.

Prezzo reale, prezzo naturale e prezzo di mercato sintetizzano nello spazio economico, la cui genesi è, abbiamo dimostrato, una trasformazione dei principi che regolano l'azione umana nell'ambito della filosofia morale, la cesura tra ideale di razionalità e ideale di ragionevolezza. Il prezzo reale delle merci, ovvero il reale valore della ricchezza creata dall'uomo, è inconoscibile: la trasformazione "quantitativa" dei principi della natura umana operata nello spazio economico, non marca il valore reale delle cose, la quantità di lavoro in esse incorporata, con il fregio della misurabilità. L'appoggio ad un riferimento di oggettività, sul quale fondare le prescrizioni per la condotta razionale dell'azione economica, ancora una volta si colloca all'esterno del discorso che si è costruito per scoprirlo. L'enunciato del capitolo V "Of the Real and Nominal Price of Commodities, or their Price in Labour and their Price in Money" resta senza seguito, e i due capitoli successivi ("Of the Components of the Price of Commodities" e "Of the Natural and Market Price of Commodities") sono espliciti: l'ordinamento descrittivo e normativo dell'azione economica è basato sulla distinzione tra prezzo naturale e prezzo di mercato.

All'interno del discorso sull'economia politica il paradigma dell'aurea medietà si configura esplicitamente come un punto di riferimento di lungo periodo; nel breve periodo il prezzo delle merci può essere maggiore o inferiore al suo livello naturale, ma quelle forze che regolano "naturalmente" il mercato (i principi della contrattazione e delle domanda effettiva) assicurano la stazionarietà di queste fluttuazioni.


ROBERTO CENSOLO è ricercatore di economia politica all'Università degli Studi di Bologna, Facoltà di Scienze Politiche, Dipartimento di Scienze Economiche, Strada Maggiore 45, 40125 Bologna
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