Economia Politica. Rivista di teoria e analisi
Sommario non tecnico

La dinamica di Roy Harrod ha subito uno strano destino. Da un lato il suo 'modello della crescita' era illustrato in tutti i manuali di macrodinamica e della crescita, e il meccanismo del moltiplicatore-acceleratore da lui proposto nel 1936 è alla base di innumerevoli modelli dinamici. D'altra parte, nonostante l'ovvio orgoglio per questa fama Harrod ha sempre dissentito da queste interpretazioni della sua teoria, si è spesso lamentato di non aver mai tentato di produrre un 'modello', ha sottolineato che il proprio metodo è più 'fondamentale' di quello concorrente (la modellistica delle equazioni funzionali degli 'econometrici') e che era più interessato alla spiegazione del ciclo che non alla crescita. Queste osservazioni, tuttavia, non sono mai state rilevate dai commentatori contemporanei ad Harrod.
Eppure, una lettura attenta dei suoi scritti mostra che le sue lamentele non sono infondate. Si pone dunque il problema di comprendere come mai delle idee non palesemente assurde (anzi, non prive di buon senso) non siano riuscite a conquistare il consenso e neppure l'attenzione dei contemporanei. La dinamica harrodiana si presenta dunque come interessante punto di partenza per una riflessione sulle condizioni per la circolazione, la trasformazione e l'integrazione di nuove idee nel pensiero scientifico.
La storiografia contemporanea ha mostrato, in vari ambiti disciplinari, come l'accettazione delle idee scientifiche dipenda non solo dalla coerenza logica e dal rigore analitico, ma anche dalla capacità dei loro autori di presentarle come un adeguato misto di novità (l'elemento di interesse di una nuova proposta) e di compatibilità con la tradizione di pensiero entro cui si colloca. Occorre inoltre che l'autore convinca i propri colleghi di aver elaborato l'approccio più razionale al problema in esame.
Harrod sembra essere stato consapevole di questi requisiti. Ha sempre insistito infatti sulla portata 'rivoluzionaria' della propria dinamica pur ritenendo che essa fosse compatibile con la 'teoria economica tradizionale', di cui costituirebbe una generalizzazione. Ancora più rilevante è il fatto che fin dal principio Harrod ha affrontato il problema del ciclo dal punto di vista epistemico della razionalità della spiegazione proposta.
I suo punto di partenza è stata infatti la critica alle teorie che ipotizzavano tacitamente la stabilità dell'equilibrio, trovandosi così costrette a spiegare il ciclo come risultato di forze esogene operanti in continuazione per mantenere il sistema in disequilibrio. Secondo Harrod, al contrario, il corretto 'modo di spiegazione' consiste nell'introdurre fin dal principio una forza destabilizzante nel meccanismo del ciclo. Questa argomentazione precede la scoperta harrodiana del meccanismo moltiplicativo e accelerativo sia dal punto di vista logico che cronologico.
Harrod non ha saputo però convincere i suoi colleghi della necessità di fondare la dinamica su questo postulato, che egli vedeva come 'vera causa' del ciclo. Ha criticato Robertson, Lundberg, Hicks e gli 'econometrici' per aver attribuito il ciclo alla presenza di ritardi di reazione, ha rigettato le interpretazioni del principio di instabilità come risultato da dimostrare anziché come postulato iniziale, e ha rifiutato di ammettere che il proprio 'modello' necessitava di una chiusura (nella forma di qualche ipotesi addizionale sui nessi tra vari istanti temporali). Nessuno dei suoi lettori ha però preso sul serio queste rimostranze, e il suo tentativo di gettare le fondamenta di una nuova teoria dinamica è passato del tutto inosservato.
Ciò è in parte dovuto a cause contingenti: le scarse capacità matematiche di Harrod lo hanno indotto in errore nell'interpretazione della procedura degli 'econometrici', e non gli hanno permesso di formulare le sue intuizioni in modo esplicito. Inoltre, dopo la guerra il problema del ciclo è passato in secondo piano rispetto a quello della crescita. La causa principale dell'insuccesso di Harrod sembra comunque essere il fatto che i suoi principali risultati potevano essere ottenuti con gli strumenti dell'approccio alternativo, il cui potenziale euristico pareva dunque senz'altro maggiore.
Harrod ha dunque fallito sul proprio terreno, non essendo riuscito a convincere gli esponenti della 'teoria dei ritardi' del fatto che il proprio approccio è il più razionale. Agli occhi dei suoi contemporanei Harrod non poteva dunque che apparire in ritardo sui tempi. D'altra parte la sua idea fondamentale si è dimostrata corretta a posteriori: i modelli non lineari del ciclo risultano in punti stazionari instabili attorno a cui il movimento è limitato verso l'esterno da attrattori stabili. Sebbene dunque la soluzione di Harrod sia stata presentata in termini tutt'altro che convincenti, la sua intuizione ha dimostrato di essere in anticipo sui tempi —quantomeno, rispetto alle capacità matematiche dei suoi contemporanei.
DANIELE BESOMI beneficia di una borsa di ricerca della Divisione della Cultura, Canton Ticino, c.p. 59, 6950 Tesserete, Svizzera (ab.)
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